«Entusiasmo», «emozione», «amore». Non sono le parole di una canzone estiva che mette allegria, che entra nella testa al mattino e persiste fino alla sera. No. Sono qualcosa di enigmatico, di inquietante, o forse appartengono anche loro a un ritornello di maniera, di quelli che si usano svogliatamente per non affrontare argomenti più impegnativi e per aggirare i demoni che attraversano quotidianamente la nostra esistenza.
Edoardo De Angelis, regista, Pierfrancesco Favino, attore protagonista, e poi i numerosi produttori, gli altri interpreti, i militari della Marina, la nipote di Salvatore Todaro, insomma tutti quelli intervenuti nella seconda conferenza stampa del Comandante, hanno esternato i loro sentimenti.

ALLA TIMIDA (e un po’ fiacca) domanda sui timori per le possibili implicazioni politiche derivate da un film che ha per protagonista un militare fascista con la passione per la guerra, e dunque con i suoi fantasmi affatto strambi (altro che spiritismo, yoga, fachirismo e morfina per stare in piedi), la risposta è stata secca: «No, nessuna paura», con un punto e a capo e tre righe di spazio a segnare in modo inequivocabile la distanza tra ciò che interessa riportare e quello che non va in alcun modo discusso. In compenso, si è riproposta la questione dell’italianità, di un’appartenenza che evidentemente deve essere avvertita come molto urgente, se è vero che in molti si sono sentiti in dovere di rivendicare e applaudire il patriottismo. Nuovamente, addio Angelo Del Boca, gli italiani sono quelli che salvano le persone, persino i nemici…per poi attaccarli alla prossima occasione.Forse è stato tutto un malinteso. Nella distrazione generale, si è scambiata la guerra per una sana partita di rugby. Ci si mena, ci si affronta senza risparmiarsi e poi, alla fine, ci si stringe la mano. Sarà andata così anche nella Seconda Guerra Mondiale, quella degli italiani veri con le leggi razziali vere.

È POSSIBILE che sia accaduto qualcosa di strano. Forse l’asteroide del film di Liliana Cavani ne L’ordine del tempo, quello che minaccia di colpire il pianeta, ha prodotto una distorsione temporale e, improvvisamente, ci siamo ritrovati in una Mostra parallela.La domanda è se qui abbiamo assistito a una cesura che tra cinquant’anni sarà ricordata come un punto di svolta o se, come spesso accade nella società dello spettacolo, le parole e le immagini appena viste cadranno nell’oblio soppiantate da altre emozioni, entusiasmi e amori.