Dieci militanti di Casapound sono stati condannati ieri in primo grado a 2 anni e 2 mesi di reclusione ciascuno per l’occupazione abusiva del palazzo di via Napoleone III, nel quartiere Esquilino di Roma. Riconosciuti colpevoli di occupazione abusiva di stabile aggravata, figurano, tra gli altri, i nomi del fondatore del movimento Gianluca Iannone e dello storico segretario nazionale e più volte candidato politico Simone Di Stefano, che però dal 2022, folgorato sulla via dei no vax, ha lasciato la casa madre per fondare un nuovo partito, Exit-Sovranità per l’Italia. Condannato anche il fratello Davide Di Stefano, responsabile romano di Casapound.

IL GIUDICE MONOCRATICO ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 20mila euro e il risarcimento in sede civile per l’Agenzia del Demanio, proprietaria dell’immobile. Posto sotto sequestro preventivo tre anni fa, quando al Campidoglio sedeva ancora Virginia Raggi, per ordine del tribunale di Roma il palazzo andrebbe ora dissequestro e restituito al Demanio. Naturalmente gli imputati ricorreranno in appello e la sentenza dovrà passare in giudicato prima di essere applicata.

E però l’occupazione di Casapound, datata 27 dicembre 2003, è inserita in una lista di immobili occupati «a scopo abitativo» da sgomberare in via prioritaria rispetto alle decine di palazzi dove vivono abusivamente centinaia di famiglie senza tetto, perché si tratta di occupazioni raggiunte da procedimenti giudiziari. Il 1 aprile 2022, l’allora prefetto romano Piantedosi stilò la lista dei 29 immobili da sgomberare, inserendo lo stabile di via Napoleone III, sul quale campeggia la scritta cubitale in marmo «Casapound», al numero 8 della classifica. Oggi, alcuni di quei palazzi sono stati autonomamente liberati, una volta che le famiglie hanno trovato sistemazione. Altre occupazioni sono in trattativa per trovare un’altra soluzione abitativa alle famiglie o per risarcire la proprietà.

Bisogna però precisare che in tutti gli altri casi si tratta di occupazioni trasparenti, dove chiunque può entrare, aperte ad iniziative pubbliche con il preciso intento di stabilire una relazione di scambio con il territorio che le circonda. Lo stabile di Casapound invece è circondato da telecamere, inaccessibile agli estranei e al suo interno vi abitano poche famiglie legate all’organizzazione di estrema destra. «Una occupazione sempre proposta come gesto politico, che non ha le caratteristiche delle finalità abitative ed oggetto anche di un provvedimento di sequestro preventivo non eseguito per ragione di ordine pubblico», come ha ricordato nella requisitoria finale il pm Eugenio Albamonte quantificando in «oltre 4,5 milioni di euro» il danno all’Erario causato da Casapound. Nel giugno del 2020 finirono nel registro degli indagati 16 persone. Ma i militanti, ricorda ancora il pm, minacciarono di mettere a ferro e a fuoco il quartiere in caso di intervento da parte delle forze dell’ordine.

CASAPOUND, che giudica le condanne «spropositate» e accusa di «faziosità» «certa magistratura», rivendica l’occupazione come «punto di incontro culturale, sociale e politico in un quartiere lasciato a se stesso dalla solita politica». Per i non romani va precisato che l’Esquilino è un quartiere centrale e molto ambito, che conserva un’anima popolare anche se i prezzi delle abitazioni sono lievitate – insieme alla speculazione . in modo supersonico negli ultimi lustri. In ogni caso, fa sapere Casapound, «questa sentenza non ci trova impreparati: siamo pronti a difendere il palazzo e le famiglie in difficoltà che qui hanno trovato un porto sicuro».

È pronta anche l’amministrazione capitolina, però: «Siamo pronti da subito a collaborare affinché la Prefettura di Roma effettui lo sgombero dell’immobile», fa sapere l’assessore al Patrimonio e alle Politiche abitative, Tobia Zevi. «Come negli altri casi, qualora vi fossero nuclei fragili con requisiti per l’Edilizia residenziale pubblica, lavoreremo per la ricollocazione più idonea delle famiglie». Ma la sentenza è stata chiara, aggiunge Zevi, e «rende la soluzione del problema più semplice: aiutare le persone in difficoltà e sgomberare un movimento politico che da anni svolge assemblee con slogan violenti e antidemocratici di cui Roma non ha proprio bisogno», per «restituire finalmente alla collettività uno spazio occupato da vent’anni».