Una proposta di legge per mettere fine agli allevamenti intensivi in Italia, tutelare e promuovere le piccole aziende agro-zootecniche e convertire il nostro sistema produttivo verso un modello sostenibile è stata presentata giovedì scorso in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, su iniziativa delle associazioni Greenpeace Italia, Isde Medici per l’ambiente, Lipu, Terra! e Wwf Italia, con il sostegno di un importante numero di parlamentari. Infatti, hanno dato il loro sostegno alla proposta di legge deputati di Avs (Evi e Zanella), del Pd (Orlando e Gribaudo), del Movimento 5 Stelle (Costa e Di Lauro) e del gruppo parlamentare di Noi Moderati (Brambilla).

IL TESTO DELLA LEGGE prevede che vengano definite «modalità e criteri per la riorganizzazione produttiva degli allevamenti intensivi» e vengano riconosciute adeguate risorse economiche sia per la transizione degli allevamenti tradizionali, sia per il sostegno delle aziende che già adottano buone pratiche agro ecologiche. Sono stabiliti finalità, tempi e modalità di elaborazione di un Piano nazionale di riconversione del settore zootecnico. Si prevede, inoltre, l’istituzione di un Tavolo di partenariato che comprenda gli attori economici, sociali ed Agenzie ed Enti di ricerca istituzionali, chiamati a collaborare alla redazione del Piano e alla sua implementazione. Inoltre, le associazioni propongono che, entrata in vigore della legge, vengano sospese le autorizzazioni per i nuovi allevamenti intensivi e per l’aumento del numero di animali allevati negli allevamenti intensivi già esistenti. Sono esclusi dalla moratoria i piccoli allevamenti che praticano il pascolo all’aperto.

UNO DEI PUNTI DIRIMENTI DELL’ANALISI che accompagna la proposta di legge riguarda i costi sociali ed economici degli allevamenti stessi. Ma quali sono i costi sociali ed economici degli allevamenti intensivi? Ne parliamo con Giovanni Ghirga, pediatra, componente del comitato scientifico di Isde e tra i massimi esperti italiani dei costi sociali ed economici delle politiche pubbliche che impattano sull’ambiente.

GLI ANIMALI GIOCANO UN RUOLO fondamentale nei sistemi agricoli e alimentari umani, sia in passato che oggi. Nel 2021, il settore agricolo dell’Unione europea aveva un valore di circa 449 miliardi di euro, di cui circa 163 miliardi di euro – il 36% – provenivano da prodotti animali. Allo stesso tempo, questa crescita ha comportato dei costi. «Per scopi alimentari, nel 2019 sono stati uccisi almeno 8,4 miliardi di animali nell’Unione europea – ci segnala Ghirga – mentre i costi sociali, umani e ambientali associati al sistema alimentare a base di alimenti di origine animale sono cresciuti esponenzialmente nei decenni».

IN QUESTO CONTESTO EUROGROUP for Animals, una Ong europea di cui fa parte l’italiana Lav, ha commissionato un’indagine sui costi della produzione e del consumo di alimenti di origine animale. Questa relazione valuta l’estensione dei costi esterni per la salute umana, l’ambiente, il benessere degli animali e i mezzi di sussistenza umani derivanti dalla produzione e dal consumo di alimenti di origine animale. «Uno dei componenti chiave della strategia Farm to Fork promossa dalla Commissione Europea – continua Ghirga – è una serie di revisioni del quadro legislativo esistente sul benessere animale. La legislazione attuale sul benessere degli animali si basa su ciò che è noto come le cinque libertà; la legislazione riveduta potrebbe invece concentrarsi sul modello dei cinque domini che incorpora nozioni di benessere mentale nel quadro del benessere degli animali, oltre alla promozione di esperienze positive anziché solo la prevenzione di esperienze negative».

PER LA REALIZZAZIONE DELLE INDAGINI è stato utilizzato il metodo true price per quantificare e monetizzare le esternalità negative della produzione e del consumo nelle industrie agroalimentari. «I risultati delle analisi indicano che i costi esterni per la società sono numerose volte superiori al valore finanziario – continua Ghirga – vi sono significativi effetti positivi per la società combinando una migliore produzione di alimenti di origine animale con un minore consumo. La riduzione dell’intensità della produzione può migliorare il benessere animale e la salute umana oltre a ridurre i costi ambientali associati alla produzione di alimenti di origine animale. Questo richiederà una diminuzione simultanea del consumo di prodotti alimentari di origine animale. Inoltre, si raccomanda di considerare il benessere animale insieme alle disposizioni sull’ambiente e sulla salute umana, di investire nella comprensione delle impronte dei sistemi di produzione e di aumentare la produzione bio combinandola con una transizione verso cibi a base vegetale».

DAL PUNTO DI VISTA STRETTAMENTE economico, i costi esterni della produzione e del consumo di cibo di origine animale sono significativi e dovrebbero essere considerati attentamente; i costi esterni della produzione di cibo di origine animale ammontano a 1.568 miliardi di euro, mentre i costi esterni del suo consumo si attestano a 1.455 miliardi di euro. Questi costi includono una vasta gamma di impatti negativi sulla società e sull’ambiente, come ad esempio l’inquinamento atmosferico e idrico, la deforestazione, la perdita di biodiversità e i rischi per la salute umana.

INOLTRE, QUESTI COSTI ESTERNI SONO notevolmente superiori ai costi economici diretti della produzione e del consumo di cibo di origine animale, che sono stimati circa otto volte superiori. Ciò dimostra che i costi esterni associati a questa attività economica sono significativi e meritano una maggiore attenzione da parte dei decisori politici e delle imprese. «Come medici per l’ambiente conclude Ghirga- riteniamo indispensabile coniugare il benessere animale con le disposizioni ambientali e sanitarie. Anche per questo abbiamo deciso di sostenere la proposta di legge che propone una moratoria sugli allevamenti intensivi. Questi ultimi sono un modello che non funziona dal punto di vista economico oltre che essere causa di disastri ambientali e sanitari»