Brillantini, unicorni, bandiere di mille colori e code di sirene. Al pride si può tutto. Dopo 14 anni, la marea queer è tornata a Venezia, con il Laguna pride, il primo dell’era Meloni. Oltre un migliaio di persone hanno risposto alla chiamata delle associazioni Queer We Go, Pandora, Fondamenta Queer e dei collettivi studenteschi per ribadire il diritto di essere liberi di amare chi si vuole. Il pride è questo, in fondo, una rivendicazione. Ma anche una festa, dei diritti conquistati e da conquistare, delle famiglie possibili e di quelle che rivendicano il loro diritto di esistere, come testimoniano le mamme dell’associazione Famiglie Arcobaleno. «Siamo qui per far vedere che meritiamo più rispetto da parte del legislatore, i nostri bambini non meritano di essere cancellati come se fossero solo dei numeri» commenta la referente Iryna Shaparava, a una settimana dall’impugnazione da parte della Procura di Padova di 33 atti di nascita dal 2017 ad oggi. Tra i manifestanti anche dei genitori di ragazzi e ragazze gay e trans. «Sono qui per mio figlio, il mondo degli adulti deve sostenere i giovani» spiega Michela Varriale, da Treviso. Tra le mani un cartello coloratissimo con la scritta «Se la tua famiglia non ti accoglie e non ti sostiene, da oggi posso essere io la tua mamma».

Bandiere arcobaleno anche tra le mani degli assistenti sociali del Veneto. «Siamo qui perché il nostro ruolo è anche politico e consiste nel promuovere politiche sociali inclusive, che superino le discriminazioni di tutti i generi. La nostra missione è stare insieme per i diritti» spiega Marco Liberti, segretario dell’Ordine.

Il pride è marea. Una marea colorata, rumorosa, allegra, che ritorna ad impossessarsi degli spazi pubblici, preclusi alle persone con disabilità, che ogni giorno devono scontrarsi con le barriere architettoniche. Preclusi alle donne, per cui restano un luogo in cui il dominio maschile si esprime in modo crudo, con le aggressioni e gli stupri. «Troppo spesso quando attraversiamo questo campo con i nostri corpi non conformi, veniamo calpestate e derise. Ma provateci ora, che siamo in tantissime, a darci delle troie» dice Giosué di Queer We Go, in campo Santa Margherita, luogo della movida veneziana, spesso al centro di casi di cronaca per molestie. «Le città sicure non le fa la polizia, ma noi» hanno ribadito i manifestanti, sottolineando la necessità di superare l’individualismo in favore di una sorellanza che sia la reale chiave di volta per un cambiamento nella società. Il pride prima ancora di essere festa è un atto politico, un esperimento di rivoluzione. «Ci opponiamo a questo governo omolesbobitransfobico, formato da ministri per cui essere gay equivale ad essere milanisti. E ricordiamo che in Italia il 10% dei ragazzi queer è sottoposto a terapie di conversione» hanno ribadito, mentre dal corteo si alzavano verso il cielo i cartelli con la scritta «non siamo delle patologie».

Il pride è anche sicurezza, un posto sicuro in cui tutti possono sentirsi accolti, accettati, liberi di essere loro stessi. «Sono qui per manifestare la mia individualità, il mio essere donna nera e bisessuale. Io, al pride mi sento sicura, libera, a casa» spiega Leidy, da Mestre, mentre sventola un nastro con la bandiera arcobaleno. Attorno a lei, persone di ogni età. Bambini nei passeggini, anziani che tengono alto un cartellone: «le streghe sono tornate». Il corteo è intergenerazionale, intersezionale, un’unica grande marea che reclama diritti e rispetto.
«Il primo pride fu rivolta» recita un cartello. E non solo il primo, verrebbe da dire.