Ogni vivente è un sé ed è tale proprio in relazione alla sua capacità di pensare emettere e interpretare segni. Il volume di Eduardo Kohn, Come pensano le foreste, si occupa proprio di questa tesi e lo fa in un modo tanto originale quanto eccentrico.
Comparso la prima volta nel 2013 e recentemente tradotto per Nottetempo da Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri (pp. 439, euro 20), che sia o no un libro politico lo allarga alla comprensione Emanuele Coccia nella prefazione alla edizione italiana, esplicitando quanto preziosa sia questa ricerca etnografica con la popolazione runa dell’Alta Amazzonia dell’Ecuador.

Nella precisazione di un metodo che risponda all’antropologia contemporanea, fucina vivacissima di sguardi, il pensiero rende dunque inseparabili tutti i viventi. Fin qui la genealogia critica con cui dialoga Kohn è colma di riferimenti, da Philippe Descola a Viveiros De Castro; del resto Bruno Latour e Donna Haraway hanno accolto con entusiasmo gli esiti di questo che è uno studio rigoroso ed esperienziale con il pregio, si aggiunga, di avere un grado di suggestione onomatopeica che lo avvicina all’intensità poetica, i suoni la sillabazione e il ritmo delle cose e delle parole sono anch’essi spiriti.

SI CAPISCE MEGLIO in riferimento a Kamungwi, foresta enorme che nasce al centro del territorio dei Sapara. Per questi ultimi, la scommessa è un pensiero che si connetta a quello spazio spirituale e fisico che è la foresta, per equilibrare e stare in legame al mondo. Nei corpi degli umani è attraverso il sogno che si accede alla misura, una sorta di liberazione dal volere sempre di più, dalla arroganza di proclamarsi ontologicamente superiori agli altri viventi, compresi quelli non umani. Con un passo ulteriore l’auspicio è allora di «pensare insieme alla foresta», in forma di immagini che si producono come «totalità semplice», i sogni sono presenze – spiega Manari Ushigua, leader sapara che con Eduardo Kohn ha imbastito una conversazione in apertura del volume.

Tutto concorre a una antropologia «oltre l’umano» che non sia dunque una mera nominazione del disastro in atto bensì che riesca a percepire qualcosa di più profondo sulle proprietà del mondo; ecco cosa significa il «come» su cui si interroga Kohn, cogliere – lo scrive lui stesso – «un’animazione che emerge con la vita» per cui esistono altri sé pensanti oltre l’umano.

Se i giaguari, i runa-puma e i formichieri giganti si distinguono nelle pagine di Kohn, torcendo l’attenzione agli antipodi di altre geografie, permane un senso di smarrimento verticale circa il luogo in cui siamo diretti, che abitiamo o che è talmente lontano e infinitesimale da rendersi ossimoro pulsante della visione di vastità che sembra non appartenerci più. Succede nella rivista Robida (pp. 334, euro 20), curata e pubblicata da un collettivo eterogeneo al confine tra diversi territori e lingue, che proprio alla pluralità delle foreste dedica l’ultimo numero, in tiratura limitata firmato da giovani artisti, architetti e filosofi. Fonte di spaesamenti semantici, immagini ed esperimenti, entriamo in una vera e propria selva, la stessa parola slovena «robida» significa «rovi» e nel silvestre che ammanta e incanta di creature e altre insorgenze niente, per la prima volta, fa del male al circostante.

Limitrofo piuttosto desueto se non fosse che a Topolò, frazione del comune di Grimacco (Udine), dispersa tra le montagne delle valli del Natisone, c’è un fermento che racconta di cerniere tra Italia e Slovenia ma anche di esplorazioni tra generazioni. Da una manciata di case, con una ventina di abitanti, si ergono una stazione, biblioteche, ambasciate, e un attraversamento del visibile denso come questa rivista che a Topolò è legata.

NELL’ULTIMO NUMERO la foresta è percezione di un esistente vegetale sempre più protagonista, nella qualità chiaroscurale e tattile di collisione del sommerso ci sono muffe, estasi, fotografie, performance, infine narrazioni di spazi che non esistono più, dalla Calabria alla Polonia. È necessario aprire gli occhi, poiché della «cecità silvana» – come viene definita nell’editoriale – scontiamo ogni giorno l’incapacità di ricordare, toccare, annusare assaporare e pensare la foresta.
In questo sentiero, è possibile incrociare così gli orli di fiabe popolari, come anche le variazioni che da un cuore terrestre dettagliano piante rami e fiori insieme alle faggete e ad altri alberi – gli stessi che in queste settimane sono stati bruciati. C’è un dolore dello sguardo che somiglia a una veggenza di quella scomparsa riportandoli inconsapevolmente alla vita.

Se la foresta è «la prima architettura», come scrivono Roberta Mansueto e Marta Oliveri, lei respira nel segno dell’essere piantati in terra. C’è poi una domanda, oltre l’umano e il groviglio di questi mesi lunghissimi in cui in molti si sono arrischiati nel paradosso sentimentale e irrisolvibile, come Alma Mileto, ovvero «quando non esiste più un fuori in che modo si trasforma il dentro?».
Si riannoda allora qui la relazione, che intreccia Deleuze, Derrida, e larga parte della teoria critica che passa dentro i testi contenuti in Robida e suona dolente, di debiti del tempo, alcuni sono indicati a quattro mani da Greta Biondi e Vittoria Rubini: «Tu sei scarabeo e io felce e siamo entrambi delle bellezze comuni. Le mie foglie tessuti di damasco, e molte, tu esoscheletro smeraldino, ali due. Abbiamo il sapore della nobiltà decaduta, di un contrappasso».