Una delle operazioni che dovremmo intraprendere con Antoine de Saint-Exupéry è quella di svincolarlo dalle derive del successo planetario ottenuto con Il Piccolo Principe, trasformato in feticcio di certo umanesimo spiccio, in stereotipo fiabesco del bambino che vegeta in ognuno di noi. Bisogna infatti considerare come la figura del protagonista sia stata de facto saccheggiata, spesso mascherando le derive del profitto economico proveniente da quel «monello cosmico» (secondo l’azzeccata definizione della biografa Stacy Schiff) con un buonismo d’antan che trapela dalle vicende di una favola che ha progressivamente offuscato un’opera eclettica. Questa produzione si misura infatti con romanzi, saggi, poesie, libelli, articoli, riduzioni cinematografiche, disegni, nonostante l’insistenza – quasi la monomania – con cui viene affrontato il tema dell’aviazione.
Tale anomalia, tipica di un’epoca che tende a beatificare figure anche scomode, spesso per appropriarsi fraudolentemente di una parte del loro pensiero (vedi il massacro mediatico operato su Pasolini in un’epoca antipasoliniana par excellence), non poteva che compiersi in occasione della ricorrenza dei 120 anni della nascita di Saint-Exupéry, celebrata nel 2020 con iniziative spesso discutibili, quasi sempre circoscritte al solo ambito del Piccolo Principe: dalle patetiche riduzioni televisive ai gadget alle innumerevoli versioni approntate nei diversi dialetti italiani. La Montblanc ha coniato una penna esclusiva dedicata all’eroe della favola, messa in vendita a prezzi non proprio popolari, dopo quella ispirata a Saint-Exupéry in un Eliso quanto mai affollato: Poe, Kafka, Proust, Hemingway, Virginia Woolf ecc. Si potrebbe dire che il personaggio di fantasia, nonostante l’indubbio retaggio autobiografico, abbia soppiantato il suo creatore, relegandolo nell’immagine smembrata del pilota narratore che si perde nel Sahara e del minuscolo avventuriero che, con la lunga sciarpa d’oro in balìa del vento, divide le sue conventuali occupazioni fra piante e pianeti in miniatura. Ma, al contempo, tali aspetti si pongono come proiezioni speculari del loro autore che, tramite la loro carica simbolica, sembra celare pulsioni contrapposte fra Es e Super Io.
È singolare il fatto che il personaggio del narratore non compaia nelle illustrazioni di Saint-Exupéry, come se tendesse a materializzarsi solo attraverso lo schema riduttivo di un illusionistico effetto di lanterna magica creato dai suoi stessi disegni: un elefante ingurgitato da un boa o una cassetta che nasconde al suo interno una pecora. A una lettura superficiale persiste il sospetto che il Piccolo Principe risenta di questa féerie, diventando entità gianiforme che in sé accorpa la fisionomia del suo amico narratore (e, come tale, del narratore del narratore, anche se un essere tricefalo, sconfinante in quelle visioni teratologiche di cui abbondano le cartografie medievali, poco ha in comune con la Weltanschauung di un intellettuale calato nella realtà del suo tempo con spiccata autonomia di pensiero: si pensi all’impegno profuso contro gli scherani nazisti e, al contempo, all’avversione manifestata per la politica gaullista). D’altronde sappiamo che lo stesso autore si adoperò non poco per accreditare la simbiosi con il suo eroe in miniatura, dopo il successo ottenuto con la pubblicazione della fiaba per i tipi di Reynal & Hitchcock di New York nel 1943 con traduzione inglese di Katherine Woods, cui seguirà, a distanza di breve tempo, la versione originale.
Numerosi sono infatti i riferimenti al Piccolo Principe che circolano nella sua opera, a cominciare dalle lettere, costellate di disegni ispirati ai personaggi del libro. Ne è riprova Il principe e la rosa Lettere d’amore (1930-1944), edito da Donzelli («meledonzelli», pp. 304, € 26,00), a cura di Alban Cerisier, che raccoglie l’epistolario intercorso tra lo scrittore francese e la moglie Consuelo, originariamente pubblicato nel 2021 da Gallimard con il titolo Correspondance 1930-1944 e la cui versione, precisa e diligente, è affidata a Lila Grieco. Questo epistolario andrebbe idealmente accostato ad altri due testi tradotti in italiano: Memorie della rosa di Consuelo de Saint-Exupéry (Barbera Editore, 2007) e Un amore leggendario di Alain Vircondelet (Archinto, 2007), in cui si ricostruisce, con l’ausilio di un apparato iconografico imponente, la controversa liaison tra lo scrittore francese e la pittrice di origine salvadoregna, che aveva ispirato la rosa nel Piccolo Principe.
L’epistolario riporta in facsimile i disegni e le fotografie acclusi alle lettere. Svariati sono i teneri epiteti con i quali Saint-Exupéry designa la moglie, il cui nome era Consuelo Suncín Sandoval, definita di volta in volta pimpinella, pulcino, piuma d’oro, albicocca, granchio piumato, granchietto testardo. Nondimeno, oltre al soprannome abituale Tonio o Tonnio, lui diverrà Papou, Quetzal, pesce volante, farfalla unica, scatola magica. Ma, al di là dello scambio di estrosi vezzeggiativi che si susseguono in queste pagine, le lettere sono testimonianza di una vicenda sentimentale complessa, ingarbugliata, cadenzata su rancori e disillusioni reciproci. Consuelo rimprovera al marito i tradimenti e il forzato isolamento, mentre quest’ultimo, a dispetto delle numerose manchevolezze, pretenderebbe dalla moglie una dedizione assoluta. Questi «masochisti della separazione», il cui «unico figlio fu il piccolo principe» (Olivier d’Agay nella prefazione) sembrano vicendevolmente dilaniarsi, salvo riconciliarsi con accenti dettati da un trasporto che, apparentemente, non accenna a scemare: «Consuelo, mia ranocchietta d’aprile, se voi lo volete sarò felice». Vengono alternati il «tu» e il «voi», a volte nella stessa missiva, con effetti a dir poco sconcertanti (avverrà anche nelle lettere indirizzate da Saint-Ex alla madre).
Sullo sfondo si muovono le figure che formano la comunità francese dei fuoriusciti a New York: il mal sopportato André Breton e sua moglie Jacqueline Lamba, Duchamp, Max Ernst, Rougemont, i Maritain. Ma la vitalità dei coniugi Saint-Exupéry non conosce requie: dopo tre incidenti che l’hanno prostrato fisicamente, lo scrittore riprende sempre a volare, creando forme di comprensibile apprensione nella compagna. L’autore si dichiara pentito di non averle dedicato Il Piccolo Principe (la dedica iniziale è all’amico Léon Werth di cui ricordiamo la testimonianza apparsa in Il mio amico Saint-Exupéry per Elliot nel 2013). Lei si rammarica di non renderlo «prigioniero dei miei occhi», si spazientisce per i giudizi maligni, come quello espresso da Gide, autore della prefazione al Volo di notte, che scrive nel suo Diario: «Saint-Exupéry ha portato dall’Argentina un nuovo libro e una fidanzata. (…) Gli ho fatto molti complimenti, ma soprattutto per il libro».
Ricorre con insistenza il pensiero di una fine incombente: «sarò felice di essere ucciso» confessa lo scrittore qualche mese prima di scomparire durante la missione affidatagli il 31 luglio 1944. Ma altrove asserisce con scarsa preveggenza, forse per tranquillizzare la moglie, dalla quale, peraltro, conduce vita separata: «Non sono destinato ad annegare in mare». La sua gourmette d’argento venne ritrovata nel 1998 da un pescatore a Sormiou, non lontano dalla costa marsigliese, evento che diede avvio alle ricerche del relitto che, nel settembre 2003, riportarono alla luce i resti dell’aereo bimotore monoposto Lightning P-38, con matricola militare 42-68223, che giaceva a ottanta metri di profondità a nord dell’isola di Riou, al largo di Marsiglia.
Sarebbe forse proficuo affrontare l’inchiesta I misteri di Saint-Exupéry di Jean-Claude Perrier, pubblicata da Stock nel 2009 e tradotta in italiano l’anno successivo da Cavallo di Ferro, per rendersi conto della querelle intercorsa tra Consuelo, arrivata a falsificare alcune lettere al fine di appropriarsi del lascito dello scrittore, e la famiglia originaria dello stesso. Ma preferiamo sorvolare e leggere gli avvertimenti di quella donna minuta e tormentata, che sposa il suo gigante in abito nero per non contravvenire al ricordo del precedente marito Goméz Carrillo, con lo sguardo protettivo che il narratore riserva alle peripezie del Piccolo Principe: «Ragazzo mio, non rovinare le tue ali».