Sabato scorso alla Scuola popolare di musica del Testaccio, a Roma, un concerto bellissimo con il sassofonista Eugenio Colombo e il contrabbassista Roberto Bartoli. Hanno eseguito con tecniche e sentimenti straordinari loro composizioni: “7 danze”, con il sottotitolo in attesa di danzatori. Se per caso non li avete mai ascoltati affrettatevi a cercare in rete (vi aiuto un po’: qui e qui. Ed essendo in parentesi rischio un piccolo conflitto di interessi segnalando questa intervista a Colombo).

Naturalmente nessun video o incisione può sostituire la musica dal vivo. Dirò solo che ci ho sentito tantissimi echi e sorprese: da Bach ai romantici al Jazz. Ai ritmi delle danze popolari, con il contrabbasso che diventa un vibrante tamburo o rende fruscianti le melodie grazie all’uso di un semplice sacchetto di plastica. E il tacco del solista batte il tempo come usavano i pianisti neri nei rag-time.

Ma c’è stata una sorpresa extramusicale dopo i primi pezzi molto applauditi. Roberto Bartoli ha raccontato di aver chiesto a un “amico saggio” se avesse senso, in “tempi così bui” mettersi a suonare, mentre assistiamo a “tragedie, non solo quelle che si consumano a Gaza, ma anche i femminicidi”. Cose che “mi creano un dolore enorme, insopportabile”. La risposta è stata “devi continuare a fare musica, se il mondo ha una possibilità di salvarsi è da qui che può venire, dall’arte, dalla bellezza…”. “Spero che abbia ragione”, ha concluso rimettendosi a suonare. E lo spero anche io.

Penso, più vagamente, che la musica e l’arte, la letteratura, siano indispensabili per la salvezza del mondo. Ma forse non bastano. Serve una nuova politica. E che quel bravissimo contrabbassista e compositore abbia pronunciato quelle parole, direbbero amiche femministe, “è già politica”. Un di più di relazione tra lui e Colombo che suonavano e noi che ascoltavamo.

Dalle tragedie che anche noi viviamo e soffriamo – le famiglie ebree sterminate e torturate, le donne, i bambini, gli uomini di Gaza uccisi dalle bombe a migliaia, e qui Giulia, l’ennesima donna massacrata dal “bravo ragazzo” di turno – può nascere una nuova consapevolezza?
Bartoli non è l’unico maschio ad aver preso la parola sui femminicidi. Che si ripetono quasi in modo seriale: ti amo e quindi ti possiedo, sei solo mia, come dice improvvisamente il “bravo ragazzo” alla promessa sposa figlia di Delia nel film di Paola Cortellesi – un film, ha scritto Letizia Paolozzi su DeA nel quale “grazie al femminismo possono riconoscersi spettatrici e spettatori”.

E in questi giorni leggiamo sui media e sui social molte parole maschili raramente udite. Da Beppe Severgnini («Gli uomini non riescono ancora a capire») a Christian Raimo («Partiamo da noi, siamo sati possessivi? Siamo stati violenti?…»). Persino Toni Negri ha firmato, con altri suoi compagni, un testo (su euronomade ) che invita a “partire da sé” («Ogni volta che muore una donna per mano maschile, non posso evitare di sentirmi coinvolto»).

Sabato prossimo, il 25 novembre, sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Le cose possono cambiare se noi uomini – danzatori finora assenti – ci abitueremo a considerare tutte le 365 giornate dell’anno come il tempo di rinunciare alla violenza. Dal conflitto tra i sessi – il vero amore è anche conflitto, ma non mortifero – ai conflitti sociali e internazionali che da secoli trasformiamo in guerre e massacri.