Con nove racconti di amore, smarrimento e amicizia Sommerhaus später del 1998 (Casa estiva) Judith Hermann divenne la protagonista della giovane letteratura tedesca con migliaia di copie vendute in una ventina di paesi e premi prestigiosi. Tra atmosfere rarefatte che ricordano la «letteratura delle macerie» e il suo ribrezzo per la retorica,  dissacrava la vita  dei bohémiens berlinesi descrivendoli come stravaganti sognatori, assorbiti dalla vaghezza delle loro relazioni e attratti da avventure nuove quanto insignificanti.

Il suo secondo libro di racconti Nichts als Gespenster (Nient’altro che fantasmi del 2004) apparve già epigonico per la consistenza diafana delle figure,  l’esasperato minimalismo e quello stile scarno considerato da molti ingenuo, pubescente, esangue.

Le recensioni furono severe, e dunque Judith Hermann, «maestra del racconto», accettò di misurarsi con l’articolazione del romanzo rinunciando anche ai piccoli gruppi amicali e alla centralità berlinese; fece crescere i suoi personaggi  e provò a trasferire in un mondo di adulti la tensione tra libertà e appartenenza che segnava tutte le sue pagine.

Nacquero così  due testi  ancora in bilico tra la incredibile abilità di Judith Hermann nel cogliere le atmosfere e l’esigenza di raccontare delle storie: nel 2014  Aller Liebe Anfang (L’amore all’inizio), un primo promettente riscatto, e nel 2018 un testo discusso e ammirato, Daheim, considerato il «libro dell’anno» in Germania e  pubblicato ora da Fazi con il titolo A casa (traduzione di Teresa Ciuffoletti, pp. 150, € 18,00).

L’intreccio nei due libri si ripete: qualcosa di inaspettato scuote  una placida e vuota esistenza femminile invitando al cambiamento. In L’amore all’inizio è uno stalker, forse uno psicopatico, che perseguita una donna mettendo in discussione le certezze della sua «normalità» di moglie e di madre. In A casa compare un illusionista che una sera, alla cassa di una stazione di servizio, coinvolge la protagonista con una proposta inattesa. L’uomo, dai capelli bianchi come la neve,  le scarpe di serpente e modi compiti, vuole ingaggiarla come cavia/assistente per il vecchio trucco della donna segata. Le racconta di esibizioni su una nave da crociera, di un viaggio a Singapore, di successi e avventure. La giovane lo segue senza entusiasmo e senza timore, fa bene la sua prova, ma non partirà: «Mi arrampicai sulla scatola, mi sdraiai e infilai la testa nell’apertura… Tirai su le gambe e mi strappai una scheggia nel ginocchio.  La scatola tremava, avevo caldo. Sua moglie ci osservava attentamente. Sbatteva le palpebre come un corvo».

Lei ha solo vent’anni, vive in un monolocale di periferia e passa il tempo libero a fumare sul balcone di casa, incapace di emozioni e di contatti. Ma l’esperienza di quella cassa che evoca un contenimento quando  non ci sono più abbracci,  provoca in lei un cambiamento e poi molte vicissitudini, finché approderà a un nuovo inizio, poco meno di trent’anni dopo, in  un villaggio del nord della Germania dove il fratello Sascha gestisce svogliatamente un bar sulla spiaggia. Si prepara alla vecchiaia e spera, ma senza grande convinzione, che questo luogo estraneo e freddo possa essere per lei una «casa».

I legami sono allentati, i rapporti difficili, il racconto delle esperienze si inceppa in una indistinzione a tratti artificiale, ma  i corpi si cercano per qualche fragile relazione di amore, le pagine  protocollano fatti banali o crudeli e si trascrivono storie antichissime che confluiscano docili nella banalità della vita quotidiana.

In questo universo, sembra avere consistenza solo la realtà della cassa, preludio narrativo e tenue filo rosso nel romanzo, che  affiora nei  ricordi della protagonista o in qualche brandello di discorso: è occasione di una nuova intimità, nonché prigione in cui  una madre disturbata ha chiuso Nike, la giovane donna con i denti anneriti che Sascha ama perdutamente e che alla fine del romanzo morirà, colorando tenuamente di giallo quel luogo lattiginoso.

Prima e dopo, su tutto domina la dimensione marina della località senza nome nella quale la protagonista ha trovato la sua destinazione finale, che contagia le parole, i personaggi e gli eventi della dimensione sfuggente e inquietante dell’acqua.