I servizi commerciali che permettono di ricostruire le proprie origini a partire da un campione di Dna sono ormai numerosi e relativamente economici. Offrono la possibilità di scoprire se nel proprio pedigree compaiano antenati di altre parti del mondo, a cui magari associamo tratti somatici diversi da nostri. Merito del drastico calo del costo del sequenziamento del Dna – la lunga catena di sole 4 basi che distingue un individuo dall’altro – per riconoscerne geni e parentele. Se all’inizio degli anni duemila il Progetto Genoma Umano che decifrò il Dna di un singolo individuo richiese un decennio di lavoro a centinaia di laboratori sparsi in tutto il mondo, oggi bastano poche centinaia di euro e si può fare su larga scala anche a partire da campioni biologici molto degradati. Fino al 2010 i Dna di interi individui sequenziati erano cinque in tutto. Alla fine del 2022, il numero aveva superato quota diecimila.

SU QUESTO PROGRESSO si basano molte delle recenti scoperte in campo antropologico. Negli ultimi anni, il paleo-genetista e premio Nobel Svante Paabo è riuscito a ricostruire il Dna di specie umane estinte decine di migliaia di anni fa come i Neanderthal, scoprendo che l’Homo sapiens ne ha assorbito una parte in seguito a ripetuti incontri. Le stesse tecniche hanno permesso di indagare le migrazioni delle popolazioni nell’Europa del neolitico, analizzando la diffusione di alcuni tratti genetici nei ritrovamenti risalenti a periodi diversi della preistoria.

Come racconta un approfondito reportage sull’ultimo numero della rivista Science firmato dal giornalista Andrew Curry, oggi con le tecniche di sequenziamento genetico si riescono a ricostruire anche le parentele di gruppi umani appartenenti alla preistoria, immaginando quali fossero le loro tradizioni familiari. Nella maggior parte dei casi, per fare questo tipo di ricerche si parte da un cimitero: un luogo in cui un antico clan o magari un intero villaggio seppelliva in suoi morti in modo da conservarne i resti fino a permetterci di esaminarli. I progressi della genetica e della bioinformatica, che scopre le correlazioni statistiche tra un Dna e l’altro, sono in grado di rivelare i legami di parentela tra individui separati anche da dieci generazioni.

I siti più studiati in questa prospettiva finora sono europei, racconta Curry. Per esempio il sito nella Murcia spagnola di La Almoloya, in cui sono stati trovati i resti di una civiltà aristocratica, denominata El Argar, che dominò nell’area durante l’età del bronzo (2200-1500 a.C.). Lo scavo ha rinvenuto le sepolture di una settantina di individui – spesso intere famiglie – appartenenti agli strati più abbienti del villaggio. L’analisi del Dna dà molti suggerimenti sul modo in cui si formavano le parentele dell’epoca. «Le donne – spiega Curry – non avevano legami genetici con altri individui sepolti nello stesso sito, ma gli uomini a cui erano unite erano parenti tra loro e avevano un’origine locale».

L’ARCHEOLOGO SPAGNOLO Roberto Risch, uno degli autori della scoperta nel 2019, prova a interpretare il senso di questa scoperta. «Probabilmente le donne avevano un ruolo decisivo nella costruzione della rete sociale». Portare all’interno del clan donne originarie di altri insediamenti, si ipotizza, serviva a rafforzare i legami che tenevano insieme forme primordiali di organizzazione statale come quella di El Argar.

La tendenza della donna a spostarsi nel luogo di origine dell’uomo con cui forma una famiglia è un fenomeno ben noto nell’antropologia e prende il nome di «patrilocalità». La genetica ora permette di verificare quanto questa tendenza fosse diffusa. La stessa tecnica di La Almoloya è stata applicata ai lunghi tumuli di Hazleton, nel Regno Unito, dove circa 5700 anni fa vivevano gli stessi contadini che settecento anni dopo costruirono Stonehenge. Anche lì è emerso lo stesso schema: le sepolture riguardano un unico clan familiare, di cui è stato possibile ricostruire il capostipite e le cinque generazioni successive. Al patriarca erano biologicamente legati gli uomini ma non le donne, e dalla sepoltura mancano le figlie femmine: tutti indizi che puntano alla patrilocalità. Simili conclusioni arrivano da un sito francese di quasi settemila anni fa, Gurgy «Le Noisats», dove i genetisti hanno indagato resti appartenenti a ben sette generazioni.

Lo studio dettagliato del Dna antico permette di indagare le società antiche con un dettaglio finora inimmaginabile e queste scoperte sono solo un assaggio della rivoluzione che sta per realizzarsi nel campo della storia e dell’antropologia. «Ho la sensazione che stiamo vivendo l’epoca più eccitante dell’archeologia – almeno durante la mia esistenza», ha scritto qualche anno fa l’archeologo danese Kristian Kristiansen, uno dei massimi esperti internazionali sulla civiltà del bronzo. Con il crescere degli entusiasmi, tuttavia, sono aumentati anche gli scetticismi nei confronti di questo approccio basato sulla genetica.

FINO A POCHI ANNI FA, la ricostruzione delle civiltà antiche, delle loro migrazioni e della loro organizzazione sociale impiegava fonti di informazione come testi scritti (utili solo per le civiltà più recenti), manufatti e altri elementi di natura culturale. Negli anni ’50, dalla fisica era stata mutuata la rivoluzionaria tecnica della radiodatazione al carbonio-14 che per la prima volta consentiva di attribuire un’età ai fossili. Ma è un metodo troppo approssimativo per indagare rapporti di parentela tra resti separati da poche decine di anni.

Invece l’arrivo in massa dei paleogenetisti ha sconvolto il campo di ricerca e, a dire di molti archeologi critici, aperto il campo a errori e manipolazioni. «La parentela non è determinata solo per via genetica» avverte per esempio l’archeologa inglese Joanna Bruck, intervistata da Science. «È una costruzione sociale». Secondo molti suoi colleghi, utilizzare il Dna per identificare i legami familiari presuppone che in altri periodi e contesti la parentela si sia formata secondo gli stessi dettami della civiltà moderna occidentale. E questo farebbe trascurare altre forme di relazione basate sulla condivisione di elementi non biologici come cultura, cibo o tecnologia, di cui l’antropologia più recente ha rivelato l’importanza. Anche l’uso del Dna per identificare le migrazioni è contestato, perché immagina le popolazioni del passato come insiemi umani chiusi ed omogenei. Questo porta a trascurare la possibilità che i mutamenti sociali nascano all’interno delle società e non solo dalle migrazioni.

«GLI ULTIMI ANNI hanno visto la reificazione dei concetti di razza ed etnia sotto il vessillo del progresso scientifico», sostiene Suzanne Hakenbeck, archeologa all’università di Durham (Regno Unito), secondo cui l’archeologia dell’inizio del Ventunesimo secolo assomiglia a quella di cento anni prima contaminata da razzismo e eugenetica. «La ricerca genomica recente sulla storia delle popolazioni ha fornito una legittimazione scientifica alle ideologie razziste preesistenti». Le critiche hanno avuto il loro effetto. Oggi, secondo Curry, genetisti e archeologi stanno creando legami più stretti tra le due comunità scientifiche. «L’analisi delle parentele oggi ci obbliga a lavorare a contatto con gli archeologi locali», gli racconta il tedesco Philipp Stockhammer, uno dei protagonisti della rivoluzione paleogenetista. «Escludere gli archeologi non è più possibile».