La Turchia torna a bombardare i territori del nord e dell’est della Siria, quegli stessi territori liberati dall’Isis grazie allo sforzo e al sacrificio delle popolazioni curde, arabe e yazide che li abitano. Le bombe di Ankara cadono nel disinteresse generale e con il silenzio complice di quasi tutti i media mainstream, oltre che della politica, delle istituzioni italiane ed europee.

Erdogan, grazie alla complicità di USA e Russia, colpisce chi, al confine con il paese che governa, convive pacificamente senza che le differenze di lingua, cultura o religione siano la scusa per violente e aggressive divisioni. Il confederalismo democratico è una rivoluzionaria forma di governo, una possibile proposta di pace per tutto il medioriente. Ma Erdogan non vuole saperne di pace e convivenza, vuole espandere i confini della Turchia e schiacciare, anche militarmente, chi rivendica il diritto nel rispetto della propria cultura, della propria lingua, delle proprie tradizioni.

Additando il PKK di aver realizzato l’ultimo attentato di Istanbul Erdogan giustifica la sua nuova azione contro l’esperienza di autogoverno della Siria del Nord e dell’Est sostenendo che non vi è differenza tra PKK, fatto inserire da Ankara nelle liste del terrorismo internazionale, PYD, YPJ e YPG. Erdogan ha cancellato dialoghi e percorsi di pacificazione attaccando, con violenza e aggressività, culture, lingue e religioni differenti nel nome dell’ultra-nazionalismo stringendo così anche accordi con i Lupi Grigi.

Vogliamo rompere il silenzio che accompagna questa nuova guerra di Turchia la pacifica esperienza del confederalismo democratico. Vogliamo una soluzione di pace per le popolazioni siriane.

Pensiamo che non solo i media debbano raccontare la barbarie iniziata da Erdogan ma che anche la politica ed il governo italiano debbano prendere posizione, e così come chiedono la fine dell’occupazione russa dell’Ucraina, chiedano con forza il cessate il fuoco turco, il rispetto della sovranità territoriale ed il riconoscimento dell’autogoverno nato dalla cacciata dell’Isis da quei territori.

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