Un confine, quello italo-sloveno, dove ogni data è motivo di scontro, dove i traumi del XX secolo si manipolano ancora in chiave anticomunista e xenofoba. Dall’inizio di quel secolo e ancora oggi si sventolano irredentismi e “Italia! Italia!” che si vuole fosse il grido della gente mentre qui, in realtà, si gridava contro la guerra e la fame. Dopo il 1918 si seppellì il passato cancellando nomi e luoghi, damnatio memoriae per i soldati italiani e sloveni caduti con la divisa austro-ungarica, percorsi di “rieducazione” per quelli che tornarono vivi.

NON UNA PAROLA per sloveni e croati che emigrarono, meno di niente per gli austriaci. E una forte immigrazione di genti, soprattutto dal sud Italia, aggrappate alla mitologia di una terra che avevano redento, nazionalisti perché questo era stato insegnato loro e si respirava “vittoria mutilata” nelle scuole e sui giornali. Un culto della Patria che non poteva non agevolare il fascismo, fino a oggi, dopo che la seconda guerra mondiale ha aggiunto il suo carico pesantissimo di memorie divaricate. Non c’è il 25 aprile, qui, perché si continua a raccontare che non c’è stata alcuna liberazione finché non si sono tolti di mezzo i filo-jugoslavi: qui i partigiani erano italiani e sloveni, assieme, ma pendeva su di loro la spada di Damocle della nazionalità: Italia, Jugoslavia, territorio autonomo? Ha vinto l‘Italia (anche se il Trattato di Pace dice altro) e si è scelto di brutalizzare il passato dipingendo la Jugoslavia come il nemico, esasperando l’odio antislavo in chiave anticomunista.

UNA DEVASTAZIONE storica che si ripete ogni anno raggiungendo il suo apice il 10 febbraio, dove la retorica revanscista degli «infoibati perché italiani» tiene banco e contagia. Litigioso il 25 aprile, una celebrazione che a Trieste si tiene in Risiera e, quest’anno, con un cordone di blindati e polizia in assetto antisommossa per non far avvicinare il corteo degli «antagonisti» ma che ha tenuto fuori altre centinaia di persone: un giorno di festa che non può ridursi a celebrare in modo anonimo l’impronta indelebile del forno crematorio e di chi lo ha voluto.

IL PRIMO MAGGIO, poi, è la data nella quale il IX Corpus jugoslavo, assieme agli eserciti alleati, ha liberato il Litorale dai nazifascisti; un territorio annesso al Terzo Reich, dove da trent’anni sloveni croati e antifascisti subivano ogni sorta di brutalità. I paesi del Carso, dove la presenza slovena è maggioritaria, il Primo Maggio si riempiono di bandiere rosse mentre Casa Pound attacca manifesti con «partigiani assassini». Così, nei cortei sindacali può capitare anche una bandiera jugoslava e facilmente la bandiera italiana con la stella rossa delle Brigate Garibaldi che molti fanno finta di non riconoscere e gridano al vilipendio alla bandiera. Moltiplicate le foibe e il numero degli infoibati, dei deportati, degli scomparsi «per mano titina», ci si fa beffe dei riscontri oggettivi su elenchi con nomi improbabili, incongrui, sdoppiati. Vale l’eroismo patriottico, quello dei «ragazzi di Salò» o della X Mas che seviziava e bruciava ma «difendeva l’italianità».

Si cancella dalla storia l‘occupazione della Jugoslavia, l’accerchiamento di Lubiana, la strage di donne e bambini nel campo di Rab, le centinaia di campi allestiti in tutta Italia per le migliaia di deportati sloveni e croati. L’unica data da festeggiare secondo la destra è il 12 giugno quando, nel 1945, gli jugoslavi lasciarono l’amministrazione del territorio agli anglo-americani fino al 1954 quando tornò l’Italia. Il 12 giugno se ne sono andati i titini, è questo che conta, è questo il giorno della Liberazione: lo proclamano il Comune di Monfalcone, di Gorizia, di Trieste. Alzabandiera e cerimonie.

QUEST’ANNO TEMPESTA soprattutto a Gorizia. Nel 2025 Gorizia e Nova Gorica (in Slovenia) saranno assieme Capitale europea della Cultura, un unicum transfrontaliero potenziale testimonianza di un’amicizia davvero rinsaldata e in Consiglio Comunale il consigliere d’opposizione Andrea Picco ha chiesto di togliere la cittadinanza onoraria a Mussolini, ricordando che l’Anpi aveva inviato una lettera al Presidente Mattarella per denunciare il mancato rispetto della festività del 25 aprile.

L’ANPI di Gorizia è quella che da anni si batte chiedendo l’eliminazione di più di cento nomi “impropri” dalla lapide con l’elenco dei “deportati dai titini” che campeggia all’ingresso del Palazzo municipale. La risposta in Consiglio del sindaco forzista Rodolfo Ziberna è stata un attacco violento: «Anpi totalmente inaffidabile e menzognera».

NON SI CORREGGE NULLA anzi: domenica scorsa, infatti, cerimonia ufficiale e 97 nomi nuovi su un monumento bis nel Parco della Rimembranza. Presente la sottosegretaria dell’Istruzione e del Merito Paola Frassinetti che così ha concluso: «Il nuovo lapidario è un ponte verso il futuro, costruito su una versione completa della storia che sarà raccontata ai più giovani, nelle scuole. Occorre intensificare il lavoro con le scuole insieme alle associazioni di esuli e deportati. È importante verificare chi va a parlare con i ragazzi». La risposta dell’Anpi lunedì sera è stata un nutrito presidio antifascista.