La fortuna critica del dramma Victor o i bambini al potere di Roger Vitrac (pp. 292, euro 18,00), ben curata da Stefano Serri e pubblicata dalle Edizioni Robin/Biblioteca del Vascello, si basa su un equivoco di fondo. È infatti considerato uno degli esiti drammaturgici più compiuti del Surrealismo, nonostante il movimento capitanato da Breton avversasse generi letterari quali il teatro e il romanzo, concepiti come discipline anacronistiche.

Vitrac, nato a Pinsac nel 1899 e scomparso a Parigi nel 1952, aderì al Surrealismo fin da subito, tanto da firmare con Éluard e Boiffard la prefazione al numero d’esordio della «Révolution surréaliste», apparso nel dicembre 1924. Nel 1926 fonda, insieme ad Antonin Artaud e Robert Aron, il Théâtre Alfred Jarry che si proponeva di svecchiare la messinscena tradizionale attraverso iniziative tese al recupero dei precetti trasgressivi dell’autore di Ubu Roi, contaminati con le teorizzazioni radicali artaudiane.

MA GLI SPETTACOLI ALLESTITI durano solo tre stagioni, in quanto il dramma Le coup de Trafalgar dello stesso Vitrac, con regia di Artaud, previsto per il 1930, concepito come massima espressione del Théâtre Alfred Jarry, fu realizzato qualche anno più tardi da un’altra compagnia.

La documentazione scaturita da tali spettacoli convergerà nel fascicolo, apparso in forma anonima nel 1930, intitolato Le Théâtre Alfred Jarry et l’hostilité publique, con contributi degli stessi Artaud e Vitrac. Qui vengono esibiti, oltre a una serie di fotomontaggi predisposti dal fotografo Éli Lotar su allestimento dell’ideatore del «teatro della crudeltà», i progetti e gli spettacoli rappresentati dal 1927 al 1929 attraverso un florilegio di critiche. Il primo di essi comprendeva la recita di Ventre brulé ou la Mère folle, pochade musicale di Artaud andata perduta, accompagnata a Gigogne di Max Robur (pseudonimo di Robert Aron) e Les Mystères de l’Amour dello stesso Vitrac. Sia Artaud sia Vitrac vennero espulsi per le loro prese di posizione considerate eretiche rispetto al dogmatismo ideologico imposto dal «papa» del Surrealismo.

IL 24 DICEMBRE 1928 viene rappresentata la prima di Victor ou les Enfants au pouvoir presso la Comédie des Champs-Élysées, con regia affidata ad Artaud. La locandina è realizzata da Gaston-Louis Roux. Si tratta di un «dramma borghese in tre atti» costruito con la tecnica del collage, laddove si innestano, sul tipico canovaccio del vaudeville, provocazioni di impronta dadaista coniugate a stralunate accensioni liriche. Il motivo dell’infanzia è rappresentato in maniera paradossale, essendo il protagonista un bambino di nove anni, alto quasi due metri, impersonato dall’attore Marc Darnault, che si contrappone all’insensatezza della vita familiare attraverso una serie di atteggiamenti amletici rasentanti il nichilismo.

PIÙ CHE UNA SUMMA del pensiero surrealista il dramma rimanda alla critica nei confronti del perbenismo dilagante a inizio secolo, incarnato dalle coppie di genitori di Victor ed Esther, reciprocamente legate da un rapporto adulterino, nonché dal personaggio di Ida Mortemart che, a causa di una flatulenza compulsiva, non troverà attrici disposte a interpretarne il ruolo. Lo stesso humour che contrassegna la pièce ha d’altronde forti attinenze con la cruauté professata da Artaud, il quale invitava lo spettatore a recarsi a teatro come si va dal chirurgo o dal dentista. La tecnica del collage comporterà l’inserimento di alcuni brani tratti dal «Matin» del giorno in cui si svolge la vicenda (12 settembre 1909, a Parigi) o dalle pagine del Petit Larousse Illustré. D’altro canto il lavoro di Vitrac influenzerà profondamente gli esponenti del «teatro dell’assurdo».

IL TESTO VENNE PUBBLICATO nel 1929 presso l’editore Denoël nella collana «À l’enseigne des Trois magots» che accolse contestualmente le prose visionarie dell’Art et la Mort di Artaud. Il volume curato da Serri, con testo originale a fronte, offre l’opportunità di misurarsi con altre opere significative di Vitrac tradotte per la prima volta in italiano (finora esistevano solo i libretti eponimi pubblicati rispettivamente da Einaudi nel 1966 e da Antares nel 1970, da tempo non disponibili), costituendo il lavoro più esauriente apparso nel nostro paese.