Aziz Krichen, economista, sociologo e militante della sinistra, è uno degli analisti più lucidi della realtà tunisina dopo la rivoluzione del 2011, ma anche prima, con il movimento Prospettive fin dagli anni 70. Impegnato nella campagna per votare «no» al referendum del 25 luglio ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Dopo la cacciata di Ben Ali si poteva immaginare il ritorno di un uomo forte al potere?
La caduta di Ben Ali è stata provocata da una vasta rivolta popolare, la cui principale caratteristica era la spontaneità. Le rivolte spontanee hanno numerose virtù, possono essere entusiasmanti – e questo era il caso della Tunisia 11 anni fa –, ma hanno anche dei limiti. Possono abbattere figure particolarmente odiate dell’ordine esistente, ma non arrivano a sradicare gli archetipi ideologici e culturali del vecchio mondo e a costruire nuove scale di valori. I cambiamenti di questo tipo si fanno sulla lunga durata. Il mito del salvatore, dell’uomo provvidenziale, o anche del messia: questo mito ha ancora vita lunga. E purtroppo non solo in Tunisia.

Rispetto alla presa di tutti i poteri da parte del presidente si può parlare di golpe?
Simbolicamente sì; legalmente è più complicato. Le misure prese da Kais Saied il 25 luglio 2021 (congelamento del parlamento, dimissioni del governo, auto-attribuzione dei pieni poteri) costituiscono un vero atto di forza, basato su una interpretazione speciosa dell’articolo 80 della Costituzione. Ma queste misure sono state prese in seguito a manifestazioni di massa che avevano scosso tutte le regioni del paese e avevano chiesto espressamente le dimissioni del governo e lo scioglimento dell’assemblea. Per molti cittadini, anche se l’atto di forza non era perfettamente legale, era però legittimo.
Poi, Kais Saied esercita il suo potere promulgando le leggi eccezionali. Il suo progetto di nuova costituzione mira a consacrare e perpetuare questa situazione, trasformando lo stato d’eccezione in stato permanente.

La nuova costituzione sembra fatta su misura per Saied, quali sono i maggiori pericoli?
La nuova costituzione spoglia il parlamento di qualsiasi prerogativa. Istituisce un tribunale costituzionale privato di qualsiasi capacità di controllo. E concentra tutti i poteri nelle mani di un uomo, il presidente della repubblica, che non rende conto dei propri atti a nessuno, se non «a Dio, alla Storia e al Popolo», tre potenze tutelari molto stimabili, ma senza realtà legale tangibile.
Contrariamente a quello che racconta la propaganda ufficiale, il regime che Kais Said cerca di costruire non è un regime presidenziale e nemmeno presidenzialista. Con lui, si esce da queste categorie contemporanee per andare verso qualcosa di più antico e arcaico, il regime autocratico o monarchico, letteralmente: il potere di uno solo.

Dopo l’assunzione di tutti i poteri, il sostegno al presidente, che era stato eletto con oltre il 70 per cento dei voti, è diminuito?
Sì. Dopo un anno in cui Kais Saied è stato solo al comando, le condizioni di vita della popolazione sono ulteriormente peggiorate. La sua popolarità è dunque diminuita. Tuttavia, non si può dire che sia crollata. Le illusioni non muoiono in fretta come dovrebbero.

Lei critica la politica economica del governo che non ha risolto i problemi del paese e la scelta delle privatizzazioni contenuta nella costituzione.
L’economia è devastata, saccheggiata dal carattere predatorio dell’oligarchia della rendita locale e del capitale straniero che dominano il paese da decenni. Per risollevare la situazione sono necessarie riforme strutturali: restituire la terra (e soprattutto le «terre demaniali», vale a dire le vecchie fattorie coloniali: più di 800.000 ha) ai contadini declassati, senza lavoro e senza redditi; fermare le importazioni, legali e clandestine, che rovinano la produzione nazionale sottoponendola a una concorrenza insostenibile e sleale; sopprimere i privilegi e i monopoli delle grandi famiglie che vivono di rendita, che monopolizzano tutte le risorse senza contribuire al minimo sviluppo; bloccare l’emorragia dell’indebitamento estero, che ci lega mani e piedi ai finanziatori e agli interessi che rappresentano…
Su tutte queste questioni – e su altre ancora –, alcuni di noi, da anni, hanno avanzato delle soluzioni concrete e realiste. Ma niente si è fatto. La Tunisia è governata conformemente alle direttive del Fmi e della Ue che, come tutti sanno, aggravano le difficoltà invece di risolverle. L’attuale governo di Kais Saied non deroga alla regola; fa come i precedenti: obbedisce agli ordini imposti da fuori.

Per bloccare il progetto di Saied, c’è chi sostiene il boicottaggio del referendum, chi il no, ma non c’è neppure il quorum…
Ci sono illusioni di massa e sgomenti e incongruenze delle élite. Fare appello al blocco del processo referendario è semplicemente ridicolo, rispetto ai rapporti di forza reali. Stessa cosa per il boicottaggio, una posizione ancor più incomprensibile visto che non è previsto nessun quorum per il voto del 25 luglio. In queste condizioni tutti i voti che non si esprimono per il «no» serviranno solo a rafforzare il «sì». Personalmente non riesco a capire questi falsi calcoli.

La sinistra è pronta a far fronte a questa situazione?
No, la sinistra non è pronta, tutte le correnti comprese; ha perso i nove decimi del suo elettorato dopo il 2011. La sinistra – quella che si definisce tale da 20 o 30 anni – è quasi moribonda. Anche a questo livello, vi è un immenso cantiere di ricostruzione da avviare. La sfida principale da affrontare ora sarà quella di reimparare a collegare la lotta per il cambiamento politico al resto, vale a dire alla lotta per il cambiamento economico e sociale e alla lotta per l’indipendenza nazionale.

Un pronostico sul referendum?
Il pronostico è presto fatto. Il tasso di partecipazione sarà basso, come sempre. Ci sarà una maggioranza, più o meno alta, per il «sì». E una minoranza, più o meno ridotta per il «no». Ed è a partire da questi risultati che dovremo continuare la lotta.
continuare la lotta.