«Il grigio libro di Tacito / scritto quando il suo autore aveva sessant’anni / dice soltanto ciò che deve». Questi i versi che, in una delle sue raccolte liriche più politiche (Historiae, Einaudi 2018), Antonella Anedda ha dedicato agli Annales tacitiani, ripresi in mano durante una recente «estate di massacri»: è solo l’ultima traccia dell’ininterrotta fortuna di un’opera che, sin dal suo disseppellimento umanistico, si è imposta non solo come uno dei vertici della storiografia antica, ma anche come un testo dal fascino inscalfibile, immune allo sbadiglio liceale come a ogni addomesticamento esegetico.

È dunque da salutare con gratitudine il ritorno nelle librerie, a vent’anni dalla prima pubblicazione, della più ricca edizione italiana degli Annali, ospitata in origine nel secondo tomo degli Opera omnia della «Biblioteca della Pléiade» Einaudi e approdata oggi – a un prezzo di copertina da autentico tascabile – nella collana «ET Classici» (Tacito, Annali, testo latino a fronte, a cura di Renato Oniga, pp. LX-1096, € 19,00). Al netto del continuo progredire degli studi sull’opera e l’autore – a tacere di articoli e monografie, è da ricordare almeno l’uscita, lo scorso anno, della Tacitus Encyclopedia curata da Victoria Emma Pagán –, le traduzioni e le oltre quattrocento pagine di commento di Luciano Lenaz, Carlo Franco, Gianluigi Baldo e Alessandro Franzoi offrono a tutt’oggi, al lettore italiano, il miglior viatico per leggere e rileggere il capolavoro tacitiano.

Composti dopo le Historiae, che coprivano gli anni dal 69 al 96 d.C., gli Annales sono la spietata radiografia del potere imperiale negli anni fra la morte di Augusto e quella di Nerone, e sanciscono così la conclusione dello scavo a ritroso che aveva spinto Tacito a ripercorrere l’intera parabola del principato alla ricerca del suo originario tralignare. Agli occhi dello storico, come noto, la ricerca non era conclusa: il proposito enunciato nel terzo libro di risalire ancor più indietro, all’epoca in cui era stato Augusto a violare per primo le leggi da lui stesso stabilite, rimase disatteso solo per il sopraggiungere della morte, che forse impedì a Tacito anche la revisione finale dell’opera. Nella sezione superstite – la conclusione è mutila, e due ampie lacune ci hanno privato di circa un terzo del testo originario – gli Annales narrano così, nell’ordine, il progressivo disvelarsi dell’indole di Tiberio e l’ininterrotta carneficina del suo Terrore; il fallimentare attivismo degli ultimi anni del governo di Claudio, segnati dalla fulminea ascesa di Agrippina minore; infine, la tragica parabola del potere neroniano, dalle speranze del quinquennium felix sino alla repressione della congiura pisoniana e ai processi del 66 d.C.

Fra i pregi di questo commento einaudiano vi è quello di essere particolarmente sensibile alla dimensione geografica e spaziale degli Annales; l’attenzione riservata allo scenario dei conflitti, in particolare a quello delle campagne armeno-partiche, contribuisce così a rimettere in discussione il giudizio di Mommsen, che vedeva in Tacito il più a-militare («unmilitärisch») degli storici antichi. A dispetto del moltiplicarsi dei centri di potere che, in età neroniana, prelude già al disfacimento dell’assetto sancito da Augusto, è innegabile che il cuore della narrazione pulsi a Roma, che occupa il centro della scena dalle esequie di Augusto fino all’incendio dell’estate del 64 d.C. Tacito è del resto un formidabile auscultatore dei rumores dell’Urbe – indimenticabile, all’inizio del primo libro, la rassegna delle opposte opinioni dei prudentes sui meriti e le colpe del potere augusteo, primo esempio di quel discorso indiretto che è fra i principali marchi di fabbrica della sua prosa –, e in particolare un attentissimo sismografo degli stati d’animo della Curia; eppure gli Annales, celebri per i ritratti al nero degli imperatori, non mostrano reticenze di fronte alle viltà e alle bassezze dei patres conscripti, ed è con sottile approvazione che vi si annota la frase pronunciata in greco da Tiberio ogni volta che usciva dall’aula: O homines ad servitutem paratos!, «Che gente! Fatti per essere schiavi!».

Sono proprio i discorsi a rivelare le doti oratorie di Tacito, il laudator eloquentissimus celebrato da Plinio il Giovane, e a offrire il destro ai commentatori per approfondire il classico tema del rapporto fra retorica e storiografia negli Annales. Fra le parole attribuite agli imperatori, verosimilmente registrate negli acta senatus o negli acta diurna, colpiscono soprattutto quelle di Tiberio, maestro di suspensa et obscura verba («un linguaggio ambiguo e oscuro»); ma i discorsi più memorabili sono quelli che Tacito non avrà certo avuto modo di leggere in alcun resoconto ufficiale, come la nobile autodifesa di Cremuzio Cordo, incriminato per i suoi elogi ai cesaricidi, o i novissima verba di Trasea Peto, che in quelle che per noi sono le ultime righe dell’opera, invita i compagni a offrire, in occasione della sua morte, una libagione a Giove Liberatore.

Proprio il tema della libertas – ma negli Annales il termine significa, lo chiarisce bene Lenaz, «le istituzioni repubblicane» –, che attraversa per intero i sedici libri, invita a riflettere sul vocabolario tacitiano del potere. Particolarmente sintomatico il prevalere su auctoritas del peggiorativo potentia, così come l’ostentata allergia alle più diffuse parole d’ordine del principato, da aeternitas a providentia: come rimarcava Ronald Syme, il lessico tacitiano diviene dunque antidoto al conformismo, se non vero e proprio, ancorché implicito, sabotaggio della propaganda imperiale.

Si giunge così al nodo ineludibile dello stile tacitiano: è infatti proprio nei sei libri iniziali degli Annales che la guerra di Tacito alla concinnitas ciceroniana – l’immagine è di Concetto Marchesi – giunge al suo culmine. Nella densa postfazione, Oniga rileva che se si volesse cercare un termine per riassumere le caratteristiche dello stile tacitiano, si potrebbe usare soltanto «quello romano di gravitas». Ed è in effetti in continuità con la più illustre lignée storiografica latina, quella dei senatori-letterati classicamente perimetrata da Antonio La Penna, che Tacito costruisce la sua prosa nervosa, brachilogica, violentemente chiaroscurale, che si distende soltanto nelle digressioni, comunque rare e mai estranee agli snodi del racconto (penso anche a quella sulla fenice del sesto libro, apparentemente fiabesca ed erodotea, in realtà animata da sovrano scetticismo circa l’apparizione dell’uccello – e le menzogne di ogni facile vulgata). Se la traduzione si offre come guida sicura alla comprensione, il commento aiuta a rintracciare, come è giusto, soprattutto i debiti verso Sallustio, rerum Romanarum floridissimus auctor («grande studioso della nostra storia»), che appare in chiaroscuro già nell’incipit dell’opera, in cui risuona l’eco della sezione archeologica della Congiura di Catilina, e che Tacito trova il modo di omaggiare nel terzo libro ricordando la morte del figlio adottivo, novello Mecenate caduto in disgrazia presso il principe. «Forse a un certo momento sopravviene un senso di saturazione tra chi ha ormai dato tutto e chi non ha più niente da desiderare», chiosa lo storico, e del resto «nessuna posizione di potere dura in eterno». Letta in latino – fato potentiae raro sempiternae –, la sentenza conferma le parole di Anedda: in ogni pagina, la lingua di Tacito si rivela «un laccio emostatico» capace di frenare «enfasi e lacrime».