Da quasi dieci anni, Óscar Murillo fa recapitare alle scuole di mezzo mondo delle tele grezze, le dimensioni di un banco, chiedendo ai ragazzi tra gli 11 e i 15 anni di disegnare qualsiasi cosa, dalla più elaborata allo scarabocchio, di getto o pensata, che sia un marchio, un’immagine, una parola, uno schizzo. Hanno tempo un quadrimestre per farlo: da Singapore a New York, da Johannesburg a Londra, in questi anni Murillo ha raccolto quarantamila tele da trecentocinquanta scuole di più di trenta paesi e le ha chiamate Frecuencias. L’occasione per vederle sarà a Venezia, alla Scuola Grande della Misericordia, dal 17 settembre al 27 novembre, assieme a un nuovo corpus di tele realizzato dall’artista colombiano-britannico. Un evento che ha intitolato A storm is blowing form Paradise, pensando all’Angelus Novus di Klee, nelle famose note di Walter Benjamin.

IL PROGETTO CON I RAGAZZI, a lungo termine e su vasta scala, «nasce dal desiderio di costruire uno strumento capace di registrare il processo cosciente e incosciente degli esseri umani in un momento preciso della loro vita – ci racconta Óscar Murillo – Ho pensato che i ragazzini di quell’età, in uscita dall’infanzia e sul punto di entrare in una società disciplinata, fossero i miei perfetti collaboratori».
Frecuencias è una sorta di mappa del mondo interiore, dei linguaggi, dell’immaginario di un lembo generazionale. «È una mappa di memoria e di tempo universale. La prima volta che li ho esposti è stato alla Artangel di Londra, ma per via della pandemia siamo riusciti a installarne solo una parte. Ho pensato che Venezia, come porta della Storia e della cultura, fosse il luogo perfetto per accoglierli tutti».
Óscar Murillo è un artista che da anni attira l’attenzione internazionale. Trentaseienne, una laurea all’Università di Westminster e un master al Royal College of Art di Londra, nel 2019 è stato uno dei quattro artisti a ricevere il Turner Prize collettivo. La sua biografia spiega anche perché sia tanto interessato a indagare gli scarabocchi dei ragazzini di mezzo mondo: aveva 11 anni, quando i genitori lasciavano la Colombia per cercare fortuna a Londra. Mentre loro lavoravano pulendo uffici, lui riempiva la sua solitudine nella metropoli inglese disegnando continuamente. Qualche anno dopo sarebbero diventate le tele vendute a collezionisti e galleristi.

PARLIAMO AL TELEFONO con Óscar Murillo mentre si trova a La Paila, il suo paese natale, nella Valle del Cauca, tra il Pacifico e la capitale, in quel sudovest della Colombia sferzato per decenni dai tanti conflitti armati. Si è fermato qui con il lockdown, ma la sua vita si è alimentata dello strabismo tra i due mondi. «Di sicuro, nascere qui e crescere dall’altra parte dell’oceano, mi ha aiutato a tenere viva una curiosità per le diversità – riflette – Mi aiuta a districarmi tra le dinamiche culturali e sociali che esistono, a riconoscere cosa è simile e cosa ci allontana. A Londra arriva il mondo intero per via della sua Storia, ma alla fine le differenze di classe, di origine, culturali si ripetono in tutti gli angoli del mondo. Forse è davvero questo il motivo per cui i miei progetti prendono vita».
Nel 2014, in occasione della sua prima mostra a New York, ha trasformato la galleria di David Zwirner nella fabbrica di cioccolato dove per anni avevano lavorato i genitori e che tutt’ora è in funzione a La Paila. Ha convinto l’azienda a portare macchinari e operai. Un’operazione che ha suscitato critiche, non pochi ci hanno visto un gesto sterile e commerciale, ma per lui forse significava solo capovolgere la destinazione delle cose, dei luoghi, del lavoro e lasciarle alla loro nudità pop e di classe.

DA POCO SI È CHIUSA a Bogotà Condiciones aún por titular, la sua esposizione al Museo d’arte dell’Università Nazionale, dove ha riempito le sale di lugubre tele nere, pile di banchi di chiesa, in un’atmosfera di profonda desolazione. «Ci sono vari sentieri di ricerca in parallelo che possono apparire estremi e che tuttavia condividiamo tutti come essere umani. Al di là dei singoli conflitti e contesti, come quello colombiano, mi interessa il lato oscuro che abbiamo dentro, come parte di essere umani. Abbiamo la capacità di essere un organismo negativo, un buco nero che spazza tutto, ed è una realtà universale». Anche se parla calmo, riflessivo, scegliendo le parole che gli sembrano più precise, Óscar Murillo sembra sempre ricordarci quello che un giorno ha detto a El Mundo: «La mia arte esce dalla furia e dalle ingiustizie».
Allora aggiunge: «Credo che le mie opere siano solo il risultato di una ricerca dentro la nostra realtà e l’immaginario umano. È importante non solo plasmare la realtà, ma far uscire la magia che c’è dentro».

Óscar Murillo lavora sempre per strati, toglie qualunque traccia di esotismo e di retorica. «Il fatto è che continuo a cercare, a investigare. Con Frecuencias ho aperto la mia ricerca a un esperimento collettivo, una ricerca volutamente socio-politica, socio-geografica ed estetica, che mi porta dritto a osservare dentro la storia dell’arte occidentale». Una lettura post-coloniale?. «È difficile dire cosa sia la post-colonia. In Frecuencias emergono tutte le differenze sociali, politiche, di classe, geografiche: sono lì, visibili a tutti. Il progetto è un testimone dell’umanità indipendentemente da qualunque teoria accademica. Il mondo è questo, basta osservarlo, senza basarsi su alcuna teoria a monte».

TORNARE A LA PAILA, finendo per fermarsi per così tanti mesi, è stato inaspettato, anche per gli eventi che nel frattempo sono successi, l’euforia che il paese vive con il nuovo presidente Gustavo Petro e la vice Francia Marquez. «Qui si sente davvero una grande speranza. È tutto sottosopra, dal simbolico, ai pensieri, fino al desiderio di connettersi davvero con la realtà. Siamo un paese estremamente diverso e possiamo sentirlo come una ricchezza e non un limite. Possiamo mettere a valore tutto questo. Ma la vera chance che abbiamo oggi è di pensare meno al passato e di utilizzare quello che sta succedendo come una finestra di possibilità aperta al futuro».

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SCHEDA: Alla Reggia di Monza arriva Keith Haring

Dopo le quattro tappe del tour americano – nel Missouri, a New York, in Florida e in Pennsylvania – la pop art di Keith Haring arriva in Italia con la mostra «Keith Haring. Radiant Vision», all’Orangerie della Reggia di Monza dal 30 settembre al 29 gennaio 2023. L’esposizione è un progetto itinerante possibile grazie a Pan Art Connections. Oltre 100 opere del più celebre artista pop degli anni ’80, provenienti da una collezione privata, tra litografie, serigrafie, disegni su carta e manifesti, illustrano l’intero arco della breve ma prolifica carriera di Haring, esaminando diversi aspetti della vita e della produzione dell’artista, tra cui i disegni in metropolitana e la street art, il Pop Shop e il suo lavoro commerciale. ll percorso si divide in nove sezioni: dall’ «Iconografia», in cui si racconta di come Haring si sia appassionato allo studio dei simboli fino alla parte dedicata alla «Giustizia sociale», dove con opere come «Untitled (Apartheid)», un dipinto a due pannelli che raffigura una grande figura nera che lotta per liberarsi dal cappio dell’oppressore bianco. In mostra, anche «Medusa Head», la più grande stampa mai realizzata da Haring, lunga più di due metri e alta quasi un metro e mezzo.