«Sergio Bruni è stato il leitmotiv della mia infanzia, accompagnando gioie e dolori della mia famiglia. Le sue canzoni mi hanno riportato alle domeniche da ragazzo, con la nonna o a casa di cugini, a quelle sonorità amniotiche sedimentate dentro me. L’ho sentito quasi un tributo dovuto a questo maestro assoluto. Era una necessità mia. Tornare alla radice del mondo che mi ha generato e formato. Le sue canzoni appartengono alla collettività dei napoletani, a quell’universo popolare cresciuto attorno a queste musiche che ha festeggiato nascite e ha pianto morti con questa colonna sonora, con stupende espressioni poetiche. Ho registrato questi brani con un rispetto assoluto, tenendo in mente la lettura originale delle canzoni, un ringraziamento alla mia città attraverso l’opera di uno dei suoi artisti più rappresentativi».

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Raiz e Fausto Mesolella, lacrime punkDa qualche giorno è disponibile Si ll’ammore è ‘occuntrario d’’a morte, il nuovo album di Raiz – il cantante e attore, da 30 anni sulle scene, dagli Almamegretta alle tante esperienze da solista – che è una personale, intensa, seducente raccolta di brani significativi di Sergio Bruni (il titolo riprende un verso di Carmela), il fantastico melodista degli anni ’60, definito «la voce di Napoli» da Eduardo De Filippo.
«Mi ha molto incoraggiato il poeta Salvatore Palomba, che con Bruni ha lavorato spesso, con cui ho un bellissimo rapporto che dura da tanti anni. Ma se non la fai tu, chi lo fa? Mi ha detto. Ai tempi degli Almamegretta ci aveva dato la possibilità di usare una sua lirica, Pe’ dint’ e viche addò nun trase ‘o mare, da noi trasformata in un afroreggae elettronico. Mi ha aiutato nella scelta del repertorio, dieci pezzi di Bruni autore, certo lui è stato anche un grande interprete, alcune sue esibizioni sono davvero indimenticabili. Abbiamo preferito concentrarci su musica e melodie di Bruni, le parole sono di altri e quelle scritte con Palomba sono pietre miliari della canzone napoletana. A cominciare da Carmela, un brano del 1976, già diventato un grande classico, molto amato anche dai posteggiatori».

LE ALTRE sono tutte abbastanza recenti, anni Ottanta e Novanta, tranne Palcoscenico, del 1956, la prima canzone scritta in toto dal musicista (che, inizialmente, non potette firmarla perché non era iscritto alla Siae), A fata d’e suonne, del 1960, col testo dello scrittore Giuseppe Marotta che si dilettava molto con le sette note, e Na bruna, del 1971, che doveva essere presentata al festival della canzone napoletana, poi sospeso, su un amore contrastato nel Borgo Marinari dove «chella s’è fatta ‘a croce cu l’acqua ‘e mare/ E po’ ha giurato io nun te lasso maìe».

Raiz
È stato un viaggio non sempre facile, poiché le emozioni che queste composizioni evocano sono forti: mi hanno riportato al tempo della mia fanciullezzaRaiz si è accostato con attenzione e deferenza a questo grumo di sentimenti antichi. Nei brani, eseguiti dai musicisti dei Radicanto ossia Giuseppe De Trizio e Adolfo La Volpe ai liuti (chitarra classica, oud, chitarra portoghese), Francesco De Palma alle percussioni, Giovanni Chiapparino alla fisarmonica e Giorgio Vendola al contrabbasso, ci sono nuance delicate dove gli echi di fado, di milonga, di calypso sono tutti molto misurati, con un accompagnamento sobrio e sorvegliato. Solo la voce, tufacea e carnale, aggiunge una grana scura a melodie riconoscibili. «Questo album è il prequel degli Almamegretta, è una musica che ho approfondito ex post, canzoni che ho sempre ascoltato da ascoltatore passivo. È stata una cosa difficile, un lavoro di nicchia, però l’ho voluto fare. È stato un viaggio non sempre facile, poiché le emozioni che queste composizioni evocano sono forti: il solo indugiare su alcune note mi ha riportato al tempo della mia fanciullezza e possibilmente ancora più indietro, fino a toccare il cuore delle generazioni che mi hanno preceduto. Oggi mi sento più completo e in pace, come chi compie un dovere a lungo disatteso. Questo album è dedicato alla memoria di mia madre Anna Esposito, senza la quale non avrei saputo cantare neanche una parola, e alla vita di mia figlia Lea, alla quale spero di saper trasmettere l’amore per questa musica».
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REGISTRATO a Bari, il disco è allo studio da qualche tempo, è solo uno dei progetti a cui ha lavorato recentemente Gennaro Della Volpe, il suo nome all’anagrafe, che vedremo presto anche al cinema (in Mixed by Erry). «La scrittura l’ho sempre esercitata con le canzoni ma la letteratura mi ha sempre interessato molto. Nel momento in cui non si poteva suonare e fare altro, durante la pandemia, mi sono messo a scrivere e sono venuti fuori questi racconti, roba che avevo in mente e ho trasportato su carta (il libro s’intitola Il bacio di Brianna, edito da Mondadori). Ovviamente è più facile una canzone, perché tu scrivi dieci versi e poi fa tutto il resto con la voce. Nel libro, invece, la scrittura deve andare fino in fondo. Sono alle prese con un romanzo, col mio editor, prodigo di consigli. Ma ho dovuto fare i conti con una popolarità inattesa dovuta alla mia partecipazione alla serie tv Il mare fuori, ambientata tra i ragazzi del carcere minorile di Nisida. Ci lavoro da quattro anni, nella prima serie il mio personaggio, don Salvatore Ricci, un camorrista, appariva pochissimo. Ho scritto tante canzoni, con Stefano Lentini, usate sia nei titoli di testa che nello sceneggiato (tra cui le smaglianti ‘O mar for e Doje mane). Invece in questa terza serie gli autori hanno deciso da dare più spazio al mio personaggio. Così, mentre tornavo in treno da Bari a Roma, tanti passeggeri giovani mi hanno riconosciuto e hanno voluto farsi selfie e video con don Salvatore. Un’iniezione di fiducia per il buon lavoro».