Mai come nell’era del trionfo della tecnologica, l’uomo si è consegnato mani e piedi all’irrazionale. Un mondo in mano agli scienziati è popolato da una umanità che vagola in un buio pieno di monitor illuminati. Tutto succede come per miracolo, la tecnologia – cioè buona parte delle nostre vite – è da molti vissuta come un’esperienza religiosa. In questa contingenza si è aperto un crepaccio, l’ennesimo, tra l’esperienza e la sua comprensione, in cui l’essere umano sembra precipitare, alla ricerca di coordinate trascendenti il qui e ora in cui non si ritrova.

La raccolta di Racconti spirituali che Einaudi manda in libreria con uno scritto introduttivo di Gabriella Caramore e la cura di Armando Buonaiuto (pp. XX – 244, € 19,50) cade in questa cornice. Difficile pensare a un libro che rimi meglio con il tempo al quale si affaccia: contiene diciotto racconti organizzati tematicamente in nove sezioni, e comprende un po’ del meglio che la forma breve ci ha riservato nel tempo: da Tabucchi a Cechov, da Vasilij Grossman a Chandra Livia Candiani, passando per Raymond Carver, Maupassant, Rilke, Herman Hesse, Buzzati, un sorprendente Guareschi, John Fante, e altri. Nel suo eccellente testo, in cui dà conto di cosa intenda per «spirituale», soprattutto se abbinato all’arte e al racconto, Gabriella Caramore scrive: «Tutte le procedure narrative che virano verso l’essenziale e svelano una qualità intima e fino ad allora sconosciuta del vivente, che spalancano uno squarcio di realtà in una piega della vicenda terrestre».

È questo il territorio più proprio alla scrittura, dove il braccio operativo della mente – la parola – se la gioca con il magma di ciò che è inconoscibile. È il «territorio del diavolo» di cui parla Flannery O’Connor, nume tutelare assente (ma citato) di questo progetto.

Particolarmente sorprendente, in questo libro così composito e ricco – che avrebbe forse tratto beneficio da una maggiore sobrietà curatoriale – è il racconto che fa da portale d’ingresso all’antologia: I due autisti, di Dino Buzzati, il cui incipit vale il prezzo del volume. «A distanza di anni, ancora mi domando che cosa si dicevano i due autisti del furgone scuro mentre trasportavano la mia mamma morta al cimitero lontano».

Lo spazio che ci invitano a indagare questi Racconti spirituali, non è solo quello della distanza che separa l’auto di un figlio da quella che conduce la madre nel dopo morte, ma quella minima, quotidiana, dentro l’auto stessa, tra la vita che succede al volante e quella che non succede più, chiusa nel bagagliaio.

È in questo scarto, e persino in questo tono, più che nei profetismi e spiritualismi spicci oggi così diffusi dentro e fuori i libri, che va cercato il varco per affacciarsi su ciò che ci sgomenta: e questo la letteratura fa.