Sempre più centrali anche nell’agenda discografica, le questioni di genere continuano a cesellare il proprio lessico anche attraverso opere come questo My Back Was A Bridge For You To Cross, nuovo album di Anohni and the Johnson, a sette anni dall’LP solista Hopelessness e a tredici dall’ultimo lavoro di gruppo Swanlights. Molto meno urgenti dal punto di vista etico, ma altrettanto rilevanti da quello estetico, sono le questioni di genere musicale alla base del mutamento stilistico che contrassegna l’album ponendolo in netto contrasto rispetto all’elettropop di Hopelessness. Soluzione, quest’ultima, escogitata per svecchiare la «canzone impegnata» ma incapace di intonarsi appieno con il messaggio poetico e politico di Anohni, finendo per riaprire certe vecchie diatribe tra musica e parola.

SE È VERO che il titolo My Back Was A Bridge For You To Cross si riferisce all’interconnessione con le generazioni precedenti, il ponte musicale che viene attraversato a ritroso è quello che ci ricollega al soul degli anni Cinquanta e Sessanta, capace a sua volta di collegare America e Inghilterra catalizzandone non poche istanze socioculturali. Ripercorrendo quel ponte, Anohni ritrova le tracce di Tracy Chapman e Nina Simone, di Jimmy Scott e del Marvin Gaye di What’s Going On, da lei stessa citato come punto di riferimento. Ma riscopre su quelle stesse traiettorie anche epigoni meno scontati, quali Boy George, Alison Moyet e finanche Lou Reed (i cui ultimi giorni riecheggiano in Sliver Of Ice).
E in questo cammino non è più sola, rimettendo in piedi la band con Leo Abrahams, Chris Vatalaro, Sam Dixon, l’arrangiatore Rob Moose e soprattutto Jimmy Hogarth, produttore e chitarrista: le sue corde elettriche, vettori di un linguaggio datato ma pienamente condiviso, sono esse stesse un ponte tra sound e parola, che in questi nuovi arrangiamenti ritrovano a loro volta l’inteconnessione perduta. Infatti l’orizzonte politico di riferimento è immutato, e ce lo ricorda già la copertina, che come il nome della band è dedicata a Marsha P. Johnson, attivista LGBTQIA+ e icona delle rivolte di Stonewall che nel 1969 segnarono la nascita del Gay Liberation Front. Ma abbandonando l’elettropop di Hopelessness lo stesso messaggio sembra ora ritrovare la sua organicità. In questo sta la piccola lezione di un album che è un nuovo tassello nella storia del travagliato rapporto tra musica e poesia.