Un incastro di storie che è come un mosaico: è questo ciò che ha costruito nel romanzo Pietra e ombra lo scrittore turco di etnia curda Burhan Sönmez (Nottetempo, pp. 368, euro 18,50, traduzione di Nicola Verderame. L’autore sarà in Italia dal 29 novembre fino al 1 dicembre fra Pavia, Milano e Rovereto).

NEL CIMITERO di Merkez Efendi, a Istanbul, dove il vento che spira dal mare giunge a pettinare i rami dei cipressi slanciati, il canto della civetta ricorda alle anime che la vita è effimera e la voce della fontana avvolge tutto, vive da parecchi anni Avdo, anziano scalpellino incisore di lapidi che dice di non avere un paese d’origine. Entrato in contatto con una lingua diversa per ogni città in cui ha vissuto nel suo lungo peregrinare, ha imparato il curdo, il turco, l’arabo, l’armeno, l’assiro e il greco.

Orfano nella città di Mardin, nella valle della Mesopotamia (la cui gente era stata sconfitta per secoli da popolazioni sempre nuove, dai Bizantini ai Sassanidi, dagli Artuqidi ai Mongoli), da bambino Avdo cantava al mercato tra botteghe di stagnini, produttori di ceci tostati e decoratori di specchi con la figura della sahmeran, e già a dieci anni aveva appreso dal suo primo maestro a prendersi cura dei morti guardando la volta celeste e leggendo le stelle, che poi inciderà sulle lapidi, su quei marmi che per secoli da cristiani sono stati trasformati nei mihrab di moschee musulmane, testimoni di strati di storia e passaggi ottomani, curdi, cristiani e armeni.

IN QUESTO LUOGO di eterna quiete, gli alberi verdeggiano uno accanto all’altro. Grazie a loro, i morti sanno cosa succede in superficie, sentono il sole, il vento e la neve e anche dopo che le persone in lutto e gli uccelli se ne vanno via, rimangono soltanto loro a fare la guardia. Sul lato nord del cimitero, sotto l’albero di Giuda dal nobile manto color fucsia, è sepolta Elif, donna amata da Avdo in gioventù ma strappatagli da un crudele destino. Ritrovatala dopo sette anni di prigione, per restare vicino a lei durante il resto dei suoi giorni Avdo ha riparato una casupola diroccata sistemandovi il suo laboratorio, in attesa che la morte lo ricongiunga definitivamente al suo grande e perduto amore. Una notte, semicongelata e avvolta dalla nebbia, irrompe Reyhan, inseguita da militari che la definiscono una «pericolosa terrorista».

Grazie all’aiuto di Avdo, quella che poi si scoprirà essere la figlia della famosa cantante arabesk Perihan Sultan, stella del gazino Paris negli anni sessanta, sparisce nella nevicata sempre più fitta, trovando rifugio nella cella in cui i sufi si ritiravano per liberarsi delle pene del mondo (quella stessa cella eremitica che quattrocentosettantuno anni prima Merkez Efendi, maestro e medico, guida spirituale dell’esercito del sultano Solimano, si era fatto edificare per rimanervi in un infinito dialogo con la Verità e dimenticare se stesso nella solitudine e nel silenzio).

QUESTO INCONTRO SALVIFICO (in ambedue le direzioni), riporta a galla in un continuo gioco di flashback il travagliato passato di Avdo, intessendo la sua storia personale a quella di una nazione nata dall’incontro-scontro di genti, da guerre, soprusi e invasioni ma anche contaminazioni, dagli anni Trenta del Novecento ai giorni nostri (con ombre che si allungano molto più lontano fino all’epoca ottomana), passando per il crollo dell’impero dopo la guerra greco-turca e la fondazione della repubblica con Atatürk, il trasferimento della capitale ad Ankara, la spartizione del Medioriente nel dopoguerra, il colpo di stato militare del 1980.
Tra pagine di diario, frammentarie memorie personali e racconti orali, geografie e storie lontane tra loro si fondono in una grande epopea che va da re Mida di Frigia ad Alessandro Magno e l’imperatore Augusto e si sposta tra Istanbul, Damasco, Aleppo, Gerusalemme fino a Roma e Venezia, in un indimenticabile e potente affresco storico e umano.