«Buio» è la parola che accompagna gli emendamenti sul premierato che recepiscono gli accordi nel centrodestra, depositati ieri mattina in Senato. Innanzitutto perché costituzionalizzano le crisi di governo al buio, le più temute in ogni Paese. In secondo luogo perché l’oscurità avvolge la logica politica di questi testi, sui quali il partito perdente, Fdi, plaude con Giorgia Meloni mentre il partito vincente, la Lega, tace. L’unico modo per accendere la luce è procedere cronologicamente nel racconto della giornata di ieri.

ALLE 10 DI IERI in Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama andavano depositati gli emendamenti al ddl Casellati. La prima sorpresa è stata il fatto che a presentarli non sono stati i capigruppo della maggioranza, come ripetutamente annunciato, per sancire l’unità di intenti, bensì il governo. Perché? Qualcuno si è sfilato? La ministra Casellati, in serata, ha dichiarato che gli emendamenti «hanno avuto il via libera da tutti i leader».

Non si capisce, però, perché i partiti abbiano rinunciato a un atto che rendeva evidente l’accordo. Chi ha chiesto che i testi fossero presentati dal governo? Domanda non peregrina perché quando è il governo a presentare un atto parlamentare si riaprono i termini per i sub emendamenti. Le opposizioni ne hanno già depositati 2mila e ora gli si dà la possibilità di depositarne altrettanti.

IL BUIO È FITTO perché gli emendamenti sono stati benedetti da Fdi, con Giorgia Meloni, da Fi, con Maurizio Gasparri, e dai centristi con Antonio De Poli, mentre la Lega, pur sollecitata, ha taciuto. Li ha fatti depositare dal governo proprio per far allungare i tempi di esame, e ricattare sul passo lento con cui l’Autonomia differenzia ha iniziato a muoversi alla Camera? Tuttavia il buio è ancora più fitto sui contenuti degli emendamenti, in particolare sempre sulla questione del secondo premier, subentrante a quello eletto e sfiduciato.

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La nuova versione del centrodestra stabilisce che in caso di sfiducia «con mozione motivata» (un caso mai accaduto) si vada automaticamente allo scioglimento anticipato delle Camere. È il simul stabunt, simul cadent che piace a Meloni. Poi viene normata la classica crisi extraparlamentare: in questo scenario il premier presenta «dimissioni volontarie» e può scegliere o di passare la mano (la classica staffetta in un clima di maggioranza ancora unita), oppure «può proporre, entro sette giorni, lo scioglimento delle Camere al Presidente della Repubblica, che lo dispone».

E ora arriva l’oscurità: non viene detto nulla sul caso più frequente, quello di una fiducia posta dal premier e negata dalle Camere, per esempio su un decreto o su una Finanziaria. Che succederebbe in tal caso? Non c’è «mozione motivata» di sfiducia, quindi non si va automaticamente al voto. Ma non sono neanche dimissioni volontarie: nella fiducia negata le dimissioni sono un atto dovuto. Il premier allora dovrebbe salire al Quirinale per le dimissioni e potrebbe chiedere di nuovo l’incarico per sé per un nuovo tentativo, ma il Capo dello Stato potrebbe negarglielo vista la sfiducia appena incassata, preferendo il «premier di scorta» espresso dalla medesima maggioranza.

In ogni caso, al netto del conflitto tra il premier eletto e il Presidente della Repubblica, si aprirebbe una crisi al buio, di quelle che piacevano ai capicorrente della Dc. Di certo non esistono sfiducie serie e sfiducie «facciamo per finta». A dirlo è un esponente della stessa maggioranza, Marcello Pera, che ha anche messo in guardia dal procedere solo in vista del referendum: anche se supera questo scoglio, ha detto, la riforma verrebbe impallinata dalla Corte costituzionale, perché lede «un principio supremo dell’ordinamento», appunto «il rapporto fiduciario Governo – Parlamento». Qualcuno una luce l’ha accesa.

QUANTO ALLE OPPOSIZIONI, il Pd e Avs hanno presentato rispettivamente 800 e mille emendamenti annunciando ostruzionismo con Andrea De Giorgis e Peppe De Cristofaro ma hanno anche depositato proposte che si ispirano al modello tedesco; M5s e Azione hanno scelto solo la prima strada, rispettivamente con 16 e 20 emendamenti, anch’essi ispirati al cancellierato. Quindi benché uniti nella proposta, sono disuniti su come contrastare il cammino delle destre.