La scissione è di fatto consumata. Senza bisogno di congressi, mozioni e voti. Un paio di telefonate, due interviste, sipario. Nella notte tra domenica e lunedì, il Pdl ha smesso di esistere. La certificazione dovrebbe arrivare stasera, al termine della riunione delle colombe con il capostormo Angelino Alfano. Decideranno quasi certamente di non partecipare a un Consiglio nazionale strutturato come un plotone d’esecuzione più che come un’assemblea congressuale. Un solo intervento, quello del re, e poi il voto sul suo documento. Fuori dai cancelli, una folla pronta a dimostrare che la base sta con il sovrano: a colpi di fischi e insulti. Condizioni in cui sarebbe oggettivamente impossibile dare battaglia anche per animali ben più poderosi dei gracili volatili alfaniani.

Certo, da un tipo che il 2 ottobre scorso a mezzogiorno annunciava la sfiducia al governo e un’ora dopo votava la fiducia ci si può aspettare di tutto, quindi anche un ripensamento in questa estrema circostanza. I mediatori, che in politica ci sono sempre, anche molto oltre il limite massimo, ci stanno provando. Sono quelli di sempre, i fedelissimi: Fedele Confalonieri, Gianni Letta, Marina la primogenita. Per ora non hanno concluso niente neppure loro. Un po’ perché la furia del cavaliere tradito è ormai tracimata, ma un po’ anche perché il consiglio dei legulei, «Meglio affrontare la tempesta da capo dell’opposizione che da leader esautorato di un partito di governo» una sua indiscutibile ragionevolezza ce l’ha.

Ma, anche se una retromarcia del trucidato di Arcore è ormai quasi impossibile, ciò non significa che le prossime mosse, e relativa tempistica, siano già definite. La nascitura Forza Italia potrebbe passare senza mezze misure all’opposizione, ma potrebbe anche, ed è una ipotesi tutt’altro che peregrina, optare per l’appoggio esterno. Così eviterebbe di apparire «sfascista», matenendo però le mani tanto libere da poter sostenere o mitragliare a piacere ogni singolo provvedimento. La responsabilità di tenere in piedi un governo la cui popolarità si è già il larga misura dissolta ricadrebbe tutta sul Pd, il solo partito forte a metterci davvero la faccia. «E se Renzi vuole sostenere questo governo da solo, si accomodi», come sintetizza Minzolini.

Resta da stabilire anche quando saltare il fosso. Per tutta la giornata, ieri, si è parlato solo di legge di stabilità, ed è probabile che proprio sul quel fronte si consumerà la rottura in aula. In realtà c’è un solo punto dirimente, e non si tratta delle tasse: è il sostegno al governo anche dopo la defenestrazione del pregiudicato. Per Alfano, intervista domenicale numero uno, la permanenza nell’esecutivo e nella maggioranza non è in discussione. Per Berlusconi, intervista domenicale numero due, è impensabile restare al governo “con chi, violando le leggi, compie un omicidio politico, assassina politicamente il leader del moderati”. Parole definitive, e infatti gli stracci già volano. Alfano che al telefono con Berlusconi strepita perché gli hanno raccontato che i segugi del Giornale sono già sulle sue tracce, poi dichiara pubblicamente, e non per la prima volta, di attendere impavido l’ondata di fango detta «metodo Boffo», Berlusconi che replica ricordando al delfino l’inglorioso esito della rivolta precedente, quella di Fini…

Ma queste sono parole. Qualche colomba più avveduta è già passata alle carte, in soldoni a un «parere pro veritate» chiesto a luminari del diritto in merito alla sorte del simbolo Pdl. Non si tratta di un particolare. Se potrà disporre di quel simbolo, Alfano conserverà qualche speranza, pur se pallida, di non fare la fine del sorcio, pardon di Fini. Senza potersi chiamare Pdl, dovendosi inventare una di quelle formule che mettono la depressione addosso solo a sentirle nominare, tipo Scelta civica, Angelino giocherà alla roulette russa col caricatore pieno. Sia che le colombe si rechino ordinate al votare sabato prossimo, sia che invece disertino le assise, la partita già ruota tutta intorno al tenere in vita o seppellire una volta per tutte i poco gloriosi vessilli del Pdl.