C’è una gran paura che dalla crisi economica si vada a una crisi politica, conclamata e irreversibile, dell’Unione europea. Nel Palazzo Vecchio l’aria che si respira è questa. Effetto diretto delle devastanti statistiche sulla disoccupazione continentale, giovanile e non, e del sempre più accentuato scetticismo dei cittadini verso le istituzioni sovranazionali. Alla conferenza su presente e futuro dell’Europa, appuntamento annuale organizzato dall’Istituto universitario europeo di Fiesole, si accarezzano ipotetici rimedi.

Nel Salone dei Cinquecento c’è Emma Bonino che sostiene la necessità di un «federalismo light», contro il montante antieuropeismo. Mentre Enrico Rossi chiede a Bruxelles un «social compact», da applicare con la stessa determinazione con cui sono state attuate le politiche di austerità. Anche un fan di Tony Blair come Matteo Renzi si sente in dovere di dire che l’Unione europea deve passare «da sogno a realtà, senza diventare un incubo».

Il fatto è che l’incubo è già qui. E ora, anche se José Barroso annuncia con trionfalismo fuori luogo che l’euro non è più in pericolo. Laura Boldrini avverte: «Abbiamo bisogno di più solidarietà tra gli Stati e al loro interno, e di più solidarietà tra le generazioni. Abbiamo bisogno di riforme del lavoro che combattano la precarietà anziché estenderla». Però il bollettino mensile Eurotower segnala compiaciuto: «Le riforme del mercato del lavoro in Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia contemplano alcuni importanti provvedimenti, tesi a conseguire una maggiore flessibilità dei salari e dell’occupazione».

Anche se crescita e lavoro, rileva bontà sua la Bce, restano per ora una chimera. Quanto alla solidarietà fra le nazioni, Regno Unito, Germania, Olanda e Austria hanno chiesto che il prossimo consiglio Ue affronti il «problema» dell’immigrazione interna, che a loro dire metterebbe a rischio il welfare interno. Dalla Fortezza Europa alle Fortezze del nord.

A distanza di sicurezza dalla luccicante vetrina istituzionale ci sono i giovani ricercatori eterodossi dell’Iue. Il «Collettivo Prezzemolo», che sotto l’ala protettrice di Donatella Della Porta e di altri prof in odor di comunismo stanno organizzando il loro «Festival dell’altra Europa». Nelle aule accademiche, nei centri sociali e anche sotto gli alberi di piazza Tasso. Guardati a vista dalle forze dell’ordine, colpevoli di avere trovato sponda fra i collettivi universitari, la rete fiorentina movimentista degli «Spazi liberati» e il Cpa Firenze sud. «Noi siamo critici verso l’Ue – spiega Daniela Chironi – soprattutto del modo in cui gli stati membri stanno affrontando una evidente crisi del capitalismo. Non solo economica, anche sociale e della democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Una crisi, la Grecia insegna, che sta diventando perfino umanitaria».

Di qui un programma di (riuscite) iniziative su alcuni temi ritenuti centrali nella riflessione sull’Europa odierna. «Quello della sorveglianza e del controllo – osserva la ricercatrice – sempre più pressanti verso le voci critiche. Poi il nazionalismo, riemerso prepotentemente e con connotazioni di estrema destra in Grecia e in Ungheria, in Inghilterra e nella stessa Germania. Ma con esperienze di indipendentismo popolare di sinistra, come quella catalana dei post-indignados. Ancora la crisi del capitalismo e le alternative possibili, a partire dall’autogestione territoriale, la riappropriazione dei beni comuni e degli spazi sociali. Temi su cui i movimenti stanno lavorando da tempo, e che si riflettono nella Costituente dei beni comuni».

Infine il lavoro. «Ineludibile. Noi ricercatori, considerati privilegiati, sappiamo che dopo diventeremo precari. Una nostra collega tedesca ci avverte: anche da loro la dinamica è quella dei maggiori profitti, salari congelati e aumento del precariato. Domenica al Cpa arrivano lavoratori greci che hanno occupato e autogestito la loro fabbrica, la Vio.Me. In questo modo stanno andando avanti».