È scomparso il 14 settembre scorso a 85 anni il grande cineasta indipendente autore di Necropolis e compagno di avventure di Mario Schifano. Se ne è andato silenziosamente Franco Brocani, a Torino, città dove si era trasferito da qualche anno – ormai malato – dopo aver vissuto nel borgo medievale di Tuscania. Nel silenzio, sia perché era un personaggio schivo e riservato, sia perché la morte di un cineasta come lui – così come quella di molti suoi colleghi dell’underground italiano – viene sistematicamente ignorata dai mass media e dai critici, pronti a riscoprire figure come quelle di Brocani con alcuni decenni di ritardo.

Piemontese delle Langhe, Franco si era prima laureato in Giurisprudenza, quindi diplomato in regia presso il Centro Sperimentale, iniziando poi a realizzare circa 25 cortometraggi per la Corona Cinematografica. Tra di essi vanno citati alcuni piccoli capolavori come Lo specchio a forma di gabbia (1970) o il fantascientifico Segnale da un pianeta in via d’estinzione (1972), oltre a La maschera del Minotauro (1971) e Frankenstein (1972): in tutti vi sono figure e tematiche riprese successivamente in altre sue opere. Fu proprio in occasione di uno di questi film, È ormai sicuro il mio ritorno a Knossos (1967), che stringe amicizia con Mario Schifano, uno dei personaggi – insieme a Luca Patella – di questa allegoria del labirinto, «intesa come unica funzione e unica realtà di una perfezione puramente mentale, divina o paranoica»(recitano le note di regia).

Da quel momento Brocani e Schifano costituiscono un solido duo che ha una chiara idea del cinema: si tengono entrambi lontani dalla Cooperativa del Cinema Indipendente che riuniva filmmaker sperimentali e artisti, con l’ambizione di fare un cinema libero ma non élitario: la stessa utopia che in quegli stessi anni mosse Andy Warhol a fare film. Tra il 1968 e il 1970, Schifano realizza – anche con lo zampino di Brocani – la sua trilogia di lungometraggi composta da Satellite, Umano non umano e un titolo che qualche settimana fa si è letteralmente compiuto: Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani. Protagonista è l’amico che vaga per le strade di Roma e diventa il trait d’union di un frammentario discorso sulla morte dell’arte e, al tempo stesso, sul declino di un’intera civiltà, fino all’epilogo in cui Brocani delira sul letto di morte vegliato dagli amici-fantasmi.

Ma in quello stesso 1970 anche Franco debutta nel lungometraggio con Necropolis, dove riversa la sua profonda cultura letteraria e visiva, mettendo in scena i «cattivi» della Storia e della letteratura in chiave archetipica: Eliogabalo, Attila, Montezuma, il Diavolo, la Contessa sanguinaria, Frankenstein, il Minotauro. Film-prototipo nel panorama del cinema italiano, Necropolis è opera iniziatica, concepita sulla scorta di numi tutelari quali Sade, Vanheigen, Klossowski (le uniche didascalie del film sono tratte dal romanzo Roberta stasera) e Norman E. Brown (autore di La vita contro la morte, testo «alternativo» a Eros e civiltà di Marcuse). Brocani rilegge così Storia, mito, religione, sessualità, politica o concetti quali male, bene, libertà, creatività, bellezza ecc. «Ho l’universo nella mia testa» dice a un tratto Frankenstein-Brocani, mentre in sottofondo ascoltiamo il sonoro di Biancaneve e i sette nani di Disney.

Nel cast di Necropolis – catalogo di citazioni e improvvisazioni – figurano: Viva (la musa di Warhol che era già stata chiamata da Schifano per Trapianto), Louis Waldon, Tina Aumont, Carmelo Bene, Paolo Graziosi, Pierre Clementi e molti altri: tutti stimolati alla continua creazione di un linguaggio, espressa attraverso l’urlo, il balbettamento, il sussurro, l’impossibilità di comunicare.

Paradossale che Brocani giri il suo film proprio in quel teatro n.5 di Cinecittà dove Fellini ha tante volte ricostruito puntigliosamente Roma, per poterla rivivere come icona personalizzata. La città eterna è, in realtà, concretamente assente in Necropolis, ridotta a un labirinto astratto, nei cui corridoi si aggirano personaggi di un passato morto e vivo allo stesso tempo, reale o solo immaginario, abitanti di uno spazio dove si ripropongono rituali infiniti e dove le lingue si mescolano in una formidabile babele. Ma Roma è continuamente evocata dal sincretismo di Brocani, dal suo contaminare barbaro, classico e moderno, miti e riti indiani o australiani, senza fratture né discrepanze, chiudendo sempre perfettamente il cerchio, il sistema di vasi comunicanti tra Oriente e Occidente.

Negli anni ’70 – non potendo dirigere – Brocani collabora per ragioni «alimentari» a diverse sceneggiature senza essere accreditato. Tra gli anni ’80 e ’90 non sono molte le occasioni che gli vengono offerte per esprimersi sul grande schermo, a parte il bellissimo e intenso Clodia-Fragmenta (1980), il film di montaggio Voci da un pianeta in estinzione (1981) che contiene spezzoni desunti da diversi suoi cortometraggi e il videofilm A ridosso dei ruderi.
I trionfi (1996), altra opera dove emerge nettamente la sua poetica sempre sospesa tra un presente storico e un passato ancestrale. Negli anni 2000 riesce a portare a termine Medicina – I misteri (2002), mentre con Schifanosaurus Rex (2008) firma un personale ritratto dell’amico pittore. Ma è soprattutto Le opere e i giorni (2006) a chiudere idealmente un ciclo, poiché si tratta di una sorta di sequel concettuale di Necropolis che vede il ritorno di Frankenstein, che si aggira per le strade di Civitella San Paolo, paesino dove il regista si è ritirato per lungo tempo.

Carattere certo non facile, radicale nei suoi giudizi verso gli altri, rigoroso nella vita e nell’arte, a mia memoria Brocani è stato poco celebrato nel nostro paese, quasi rimosso. Gli omaggi resi alla sua opera furono nel 1984 il tributo della Cineteca spagnola che gli dedicò una personale completa con proiezioni nelle sedi di Madrid, Barcellona, Saragozza e Siviglia, mentre nel 2010 il Lucca Film Festival ha riproposto una decina di cortometraggi prodotti della Corona e restaurati dalla Cineteca di Bologna che ne detiene i diritti.

Necropolis, inoltre, è stato edito in DVD alcuni anni fa dalla Ripley. Amico e «compagno di strada» di altri grandi cineasti come Rocha, Dwoskin, Garrel, Straub-Huillet e Schroeter, Brocani ha sempre mantenuto una sua individualità nel panorama cinematografico, riuscendo a fare i suoi film nel modo in cui voleva. In realtà molto pochi, mentre restano nel cassetto decine e decine di progetti mai portati a termine. Oltre ai soggetti, Brocani è stato anche autore di racconti, pubblicati in due volumetti dalla Camera Verde, con prefazione di Enrico Ghezzi (il primo) e del sottoscritto (il secondo), a dimostrazione che – per l’impossibilità di trasferire le sue immagini sul grande schermo – Franco si è accontentato di fissarle sul foglio di carta, ma senza far venir meno la loro potenza visionaria.