Il cinico volto di Mubarak, coperto da occhiali da sole in attesa del verdetto dei giudici, riemerge tra le sbarre dell’aula di tribunale dell’Accademia di polizia del Cairo. Le urla dei familiari dei martiri e dei loro avvocati coprono i gemiti di una donna bionda che batte sulle sbarre inneggiando al suo presidente. «Il popolo vuole l’esecuzione degli assassini», gridano dal lato opposto dell’aula. Uno dopo l’altro i vertici della polizia e l’ex ministro dell’Interno, Habib el-Adly, attendono il verdetto prima di salire sull’aereo che li riporterà alla prigione di Tora. Mubarak con voce flebile chiede al suo avvocato di proseguire nella difesa. Mentre gli avvocati delle famiglie dei giovani uccisi nelle rivolte inanellano le decine di accuse per le quali Mubarak rischia di essere condannato di nuovo all’ergastolo (a gennaio la Cassazione ha annullato la prima sentenza di condanna). La prossima udienza è fissata a giugno.

Dietro il rischio di impunità degli uomini del vecchio regime si nasconde lo scontro diretto tra giudici indipendenti e islamisti. E l’uso politico della giustizia da parte dei Fratelli musulmani (ne è esempio l’arresto lampo di Ahmed Maher, leader dei 6 aprile, all’aeroporto del Cairo lo scorso venerdì). L’ultimo nemico degli islamisti, insieme alla stampa, sono proprio i giudici. Dal 22 novembre scorso, giorno del decreto pigliatutto che ampliava i poteri della presidenza, Morsi si è scontrato direttamente con i giudici, che hanno subito epurazioni e intimidazioni. Dal boicottaggio del referendum costituzionale, i magistrati hanno trasformato la rabbia verso gli islamisti in scontro aperto. A loro avviso, l’accordo tra islamisti e militari ha introdotto un sistema ancora più rigido e meno legalista dell’era delle leggi speciali di Mubarak. I magistrati, sin dai primi giorni della rivoluzione, hanno spinto per una riforma della giustizia che non intaccasse la loro indipendenza.

La legge di riforma presentata da Libertà e giustizia, partito dei Fratelli musulmani lo scorso aprile alla camera alta (Shura), nascondeva invece l’epurazione dei magistrati più anziani. Lo scopo è un ricambio generazionale che favorisca l’ingresso di giovani giudici islamisti, per decenni esclusi dalla magistratura dal filtro del Partito nazionale democratico. Per le proteste di molti magistrati, il presidente Morsi ha chiesto di incontrare i giudici più moderati. E ha proposto di indire una conferenza nazionale sulla giustizia per favorire il confronto sui temi controversi della riforma.

Il secondo punto dolente riguarda la figura del procuratore generale, che controlla tutti i procedimenti di natura penale. Per questo, uno dei primi provvedimenti rilevanti di Morsi è stato quello di sostituire Abdel Meguid Mahmoud, dell’era Mubarak, con Talaat Ibrahim, sollevando non poche proteste. A quel punto, un gruppo di giudici ha presentato ricorso alla Corte di Appello per rimuovere il contestato Ibrahim. Nonostante una sentenza abbia ribaltato la decisione di Morsi, il procuratore generale è ancora in carica.

Ma lo scontro tra giudici e islamisti ha raggiunto il suo punto più drammatico con le dimissioni polemiche del ministro della Giustizia, Ahmed Mekky lo scorso 21 aprile. Nei giorni seguenti, si sono svolte decine di manifestazioni a sostegno dei giudici e contro le epurazioni della Fratellanza. Tuttavia, nel rimpasto di governo dello scorso 8 maggio, Libertà e giustizia ha rimesso le mani sul ministero della Giustizia conferendo l’incarico ad Ahmed Suleiman.