Seconda e ultima tappa italiana, dopo quella al Forum di Assago, per Cornucopia, il tour mondiale della star di Reykjavík; nomen omen, un contenitore ricolmo di parole, suoni, immagini, scenografie e coreografie che stimolano gli spettatori con un luccicante show hyper-pop, dove la componente visuale è parte fondamentale dell’effetto complessivo e natura e tecnologia si fondono in un’utopia che si fa messaggio e canzone. Meccanismo scenico articolato ed elaborato in ogni singolo dettaglio, lo spettacolo, diretto dalla regista argentina Lucrecia Martel, è una produzione imponente che ha debuttato nel 2019 e si era interrotta a causa della pandemia per poi ripartire l’anno scorso. Al centro del repertorio c’è l’album Utopia del 2017; dietro un sipario, che si rivelerà poi schermo per proiezioni di grande impatto, la piccola orchestra (undici elementi su un palco da opera avantgarde, con tanto di igloo) comincia con The Gate: «Abbi cura di me ed io avrò cura di te», quasi fossero le voci del pianeta a parlare, dopo che l’attesa era stata riempita di soundscapes con suoni di uccelli.

POI È IL TURNO della title-track, anche questa scritta con la produttrice venezuelana Arca, responsabile della co-produzione musicale e dell’arrangiamento di Isobel e Mouth’s Cradle, rispettivamente dagli album Post del 1995 e Medúlla del 2004. Come anche di Arisen My Senses, un classico pezzo di Björk capace di coniugare struggimento melodico, fughe vocali, fratture ritmiche e arrangiamenti accoglienti e avventurosi. Immersa dentro uno scenario pulsante dove prendono vita sugli schermi forme strane, piante carnivore, animali, in una febbre universale senza tregua, la cantante, mascherata e vestita quasi fosse anche lei parte di questa fauna, conferma le doti per cui è diventata un’icona globale: quel modo inconfondibile di porgere la voce, attorno alla quale fioriscono come rampicanti mille suoni, tra l’organico e il futuristico.Brani ricchi di struggimenti melodici, fratture ritmiche e fughe vocali

LA MAGGIOR PARTE della responsabilità di questa lussureggiante foresta va ascritta a Bergur Þórisson, già collaboratore di Ólafur Arnalds e direttore musicale del live, nel quale si cimenta anche all’elettronica e al trombone. Il cuore boreale e pulsante del suono viene irrorato di sangue contemporaneo e ambient dal settetto di flauti, sempre islandese, Viibra, e poi punteggiato dall’arpa di Katie Buckley e dalle percussioni di Manu Delago. In un sottobosco di muschi e funghi attraverso canzoni-manifesto prende forma come rugiada un’idea, che compare sullo schermo: «Per sopravvivere come specie dobbiamo definire la nostra utopia. Immaginiamo una musica dove natura e tecnologia collaborano. Immaginiamo il futuro, abitiamolo». Sulle scene come solista da trent’anni, miss Guðmundsdóttir vuole indicare ancora la via. Colgono nel segno Hidden Place e Pagan Poetry, entrambe da Vespertine, del 2001. Prima della fine c’è spazio per Greta Thunberg in video: «Non sei mai troppo piccolo per non fare la differenza. Non possiamo uscire dalla crisi se non la trattiamo come tale» e poi per il bis Future Forever, col suo messaggio di amore, speranza e intima precarietà:«Siamo solo vascelli momentanei».