torsten wilke
[object Object]

Stenta ancora ad affermarsi nel senso comune l’evidenza che quella complessa molteplicità di relazioni che chiamiamo paesaggio (variabili naturali, culture materiali, proiezioni mentali) non sia soltanto un lascito del lavoro e della sapienza delle generazioni precedenti, quanto piuttosto l’esito in divenire della nostra capacità di reinterpretarlo creativamente. Aggiungendovi ogni giorno il protagonismo contraddittorio delle nostre tante attualità. Eppure, questa consapevolezza comincia talvolta a farsi condivisa, fino alla presa di parola e di responsabilità da parte delle comunità dei luoghi. E ciò va insieme al progressivo diffondersi di una cultura del «paesaggio vissuto» fatta di educazione continua dello sguardo e dei sensi, delle emozioni e dei saperi, ma anche di formazione e divulgazione, del convergere di conoscenze ultradisciplinari, imperniate su una visione strategica e un’articolata metodologia progettuale.

La figura connettiva dell’architetto del paesaggio gioca da tempo un rilevante ruolo specifico nel costruire e promuovere questa cultura. Prospettando anche in Italia, seppure con un certo ritardo, l’importanza di competenze che, nel quadro di un approccio interdisciplinare, intervengano nell’ideazione e nella progettazione di quelle che vengono oramai definite «infrastrutture verdi»: a dar conto della valenza di sistema che tale coordinata molteplicità di interventi assume innervando alla più diversa scala l’intelaiatura sociale, abitativa, produttiva, conformandone aspirazioni e immaginario.
Organizzato dai paesaggisti dell’Associazione italiana di architettura del paesaggio, si terrà quest’anno in Italia, dal 20 al 22 aprile al Lingotto di Torino, il 53/mo Congresso mondiale dell’International Federation of Landscape Architects, l’organismo che coordina settantaquattro associazioni nazionali, strutturate nel mondo in quattro macro regioni. Tasting the Landscape – questo il titolo della tre giorni di studi – è un invito accorato a considerare anche la componente emozionale e percettiva dei paesaggi, qui opportunamente privilegiati nella dilagante dimensione liminare costituita dai paesaggi peri-urbani, tra città e campagna. Una serie di realizzazioni dai più diversi contesti verranno proposte con la possibilità di valere come buone pratiche.

Un documento conclusivo di sintesi e indirizzo verrà condiviso e portato all’attenzione di cittadini e politici, richiamandoci alla responsabilità comune che ci vede tutti operare sul paesaggio, magari in negativo, astenendoci e pagando così i costi del «non fare», oppure procedendo ex post, per emergenze. O invece assaporando il gusto di un paesaggio consapevolmente ipotizzato, sbilanciandosi nel segno della sperimentazione, enunciando indicazioni a procedere in dialettica serrata con altri pareri, idee, processi partecipativi.