Mica facile la vita del lupo, specie si di schiatta abruzzese. Animali astuti come pochi ma anche esposti ai compagni di branco più giovani e agguerriti. Bestiacce che magari un anno, il 1998 per dire, sono al tuo fianco quando si tratta di azzannare la pecora di turno, meglio se solitaria e un po’ indifesa com’era allora Romano Prodi, e l’anno dopo ti si rivoltano contro all’improvviso e dopo averti promesso la presidenza della Repubblica ti trombano piazzando al tuo posto un Carlo Azeglio Ciampi. Come fece a quel tal D’Alema Massimo portato adesso in pole position nella nuova corsa al Colle proprio dal rovinoso tonfo di Franco Marini.
Il lupo, quella volta, se l’era legata al canino di brutta. Giurava, per la verità, che l’impegno tradito non riguardasse la modesta sua persona ma quella senz’altro più aggraziata di Rosa Russo Jervolino. Franco o Rosetta, comunque quello scranno toccava per diritto Cencelli a un popolare. E perché mai, altrimenti, dopo aver sloggiato da palazzo Chigi il fondatore dell’Ulivo proprio lui, Marini Franco, si sarebbe dato tanto da fare per mettere al suo posto l’ex comunista coi baffetti?
Ci vollero sette anni e la presidenza del senato, peraltro insidiata sino all’ultimo voto da un giovanotto di nome Andreotti Giulio, per ricucire i rapporti tra i due volponi che negli anni ’90, in tandem, avevano fatto il bello e il brutto tempo nel centrosinistra. I veri artefici e alla fine anche rottamatori della stagione speranzosa dell’Ulivo.
Chi l’avrebbe mai detto che dopo quell’esperienza ustionante il lupo sarebbe finito con tutte le zampe in una trappola quasi identica. E che si sia trattato di trappolone da manuale è difficile non subodorarlo. Quanto ti mancano una decina di voti puoi prendertela con i franchi tiratori, ma se ne vengono meno un centinaio e passa conviene parlare di imboscata.
Magari D’Alema non ne sapeva niente, figurarsi, non sta nemmeno in Italia, soggiorna addirittura in Cina. Nel caso, tuttavia, qualche anima buona deve aver tenuto ben presenti il suo nome e i suoi interessi. È un fatto che la caduta di Marini spiani la strada proprio al vecchio compagno di caccia grossa. In fondo non è che ci volesse molto a capire il gioco. Da giorni e giorni i piddini entravano in fibrillazione al solo sentir nominare il Colle e ti bisbigliavano in gran segreto il nome di D’Alema, con l’estasi di chi recita una formuletta magica. Come ha fatto Marini a non capire?
Sarà che anche l’età ha il suo peso, e nemmeno lui è più il lucido predatore di una volta. Non lo era già nel 2006, quando conquistò in segno di riparazione la presidenza del senato. Nei regolamenti, il vecchio alpino e sindacalista, si perdeva peggio di un pargolo nel bosco. Per i guastatori del Pdl era l’alleato più prezioso, l’unico presidente di assemblea che per licenziare un emendamento poteva metterci una giornata intera. Quando passava la mano al leghista Calderoli, una scheggia, i primi a tirare un sospirone di sollievo erano proprio i senatori di maggioranza.
Da allora sono passati sette anni. È probabile che il tempo abbia appannato la lucidità al punto di non vedere che nella manovra in corso a lui spettava il ruolo dello specchietto delle allodole e della vittima sacrificale. Adesso gli ex i popolari del Pd ruggiscono e ringhiano. Promettono sfracelli ove dal cilindro del segretario, alla fatidica quarta votazione, spuntasse fuori il nome di D’Alema. Il Pdl invece è felice. Si prepara a votarlo con motivato entusiasmo.
Però non è detta l’ultima. In fondo eliminare il candidato ufficiale è stato facile anche perché lo circondava un lezzo di accordi inconfessabili. Ma se Franco Marini era il vessillo dell’«inciucio», Massimo D’Alema è la bandiera dell’inciucio all’ennesima potenza. Così, nonostante il pallottoliere lo dia già quasi capo dello stato, può ben darsi che alla «volpe del tavoliere» tocchi la stessa sorte del lupo degli Abruzzi.