L’orafo della piccola Mole
Mario Vozza nel suo laboratorio torinese
Italia

L’orafo della piccola Mole

Italia invisibile/1 Dall’apprendistato nella gioielleria Musy, la più antica d’Italia, ai «capolavori» in miniatura. La vita di Mario Vozza, figlio di emigranti ciociari a Torino, raccontata dal figlio
Pubblicato circa 11 anni faEdizione del 6 agosto 2013

Carmine Vozza piantò un bastone nel terreno, imbracciò il fucile con un colpo solo in canna, fece qualche passo indietro, prese la mira. Se avesse centrato il bastone se ne sarebbe andato da Casalvieri, Ciociaria. Non gli piaceva la fatica dei campi, meglio l’esercito dell’Italia da poco unita. Tuttavia, si disse, la decisione spettava al destino. Bang. Il bastone saltò per aria. Carmine partì, ignorando che l’eco del colpo di fucile sarebbe rimbalzata fino a Torino e avrebbe segnato il suo futuro insieme a quello di tutti i Vozza a venire.

Il contadino soldato finì a Portici, poi quindici anni da secondino in un carcere del Sud, infine il trasferimento nel capoluogo sabaudo e un nuovo ruolo: capo custode dell’Università, in un blasonato palazzo di via Po. Era il 1890 o giù di lì. Migliaia di emigranti dal Meridione sarebbero arrivati ben dopo Carmine, popolo smarrito nella stazione ferroviaria di Porta Nuova, con una sola speranza: oltrepassare i cancelli della Fiat, anno di fondazione 1899. Vozza e consorte mettono al mondo tre figli, Augusto, Mario e Laura. Nella vita di Mario, nato il 12 aprile del 1896, via Po e i suoi dintorni rappresenteranno l’orizzonte perfetto: piazza Vittorio, aperta e immensa; il Borgo del fumo, Vanchiglia, con i suoi camini sui tetti; i tavoli delle piole (le osterie) e delle trattorie. Le cronache familiari raccontano di un Mario scolaro espulso dalle elementari; di Carmine che, se ancora li aveva, si mette le mani nei capelli prima di decidere l’unica strada possibile per il secondogenito scapestrato. Il lavoro. La gioielleria Musy, fornitrice della Real Casa, dista un passo. Carmine chiede ai proprietari di prendere a bottega il figlio. Come era avvenuto quando aveva colpito il bastone, fa centro. Mario si innamora del mestiere di orafo. Scoppia la Grande Guerra, ma il giovanotto riesce a dribblarla. Si arruola volontario nell’aeronautica e supera gli esami di armiere a terra, rimanendo così nelle retrovie. Finita la guerra torna da Musy, dove conferma il suo talento. È ora di mettersi in proprio.

Fermiamo per un attimo la nostra storia, e seguiamo il rettifilo della via Po di oggi. Le due finestrelle dell’alloggio riservato a Carmine nell’Università affacciano ancora sui portici dal piano ammezzato; il cortile del palazzo, con gli archi sostenuti da esili ed eleganti colonne, è inquadratura ricorrente nelle fotografie dei turisti; la gioielleria Musy, la più antica d’Italia, aperta nel 1707, continua a suscitare ammirazione grazie all’insegna e agli arredi che farebbero la gioia di ogni collezionista. Via Po rimane strada diritta, in corsa, un portone e un cortile dopo l’altro, verso il fiume.

Ma l’atmosfera che si respira è quella di un bazar globalizzato, straboccante di folla il sabato e la domenica. Una camminata notturna, a serrande abbassate, può restituirle in parte la bella dignità di ieri. Arriviamo, adesso, al momento in cui Carmine, dopo aver risparmiato lira su lira, compra un appartamento in via delle Rosine angolo via Po, concedendo al figlio di allestirvi il suo primo laboratorio. Le cose vanno bene, Mario lavora su ordinazione, disegna gioielli secondo i gusti e i capricci dei clienti. Fa soldi abbastanza da potersi permettere altre passioni che esulano dal mestiere e lo rendono personaggio popolare. Ama le donne (si vanterà di ben 42 amori prima del matrimonio), la frequentazione delle piole; i pranzi nelle trattorie lungo il Po, a base di pescetti appena pescati, roba per noi impossibile da credere. Mario ama anche la chitarra. Carmine gliene aveva comprata una dopo molte insistenze, e il figlio si era rivelato abile esecutore di brani classici e del repertorio napoletano, incoraggiato dal maestro Cesare Gallino. La sua bravura gli varrà l’incisione di un disco per la Cetra, del quale non vorrà i diritti in quanto si ritiene soltanto un buon dilettante, e che riscuoterà un certo successo in Sud America. Nelle piole, quando Mario prende la chitarra, tutti zittiscono e ascoltano ammirati.

La seconda guerra mondiale butta le sue bombe anche sulla casa di via delle Rosine. Mario, sfollato a Pocapaglia, torna e si trova davanti un cumulo di macerie. Ha quarant’anni, tocca ricominciare daccapo. Ricomincia da piazza Vittorio, da un appartamento preso in affitto al civico 21. Lì va ad abitare insieme a Merina, che ha sposato nel 1944, definitiva conquista numero 43, volto delicato da diva del cinema, e lì apre un nuovo laboratorio. Il sipario su via Po cala nel 1948. La famiglia Vozza si trasferisce in via del Carmine 9 angolo via Piave 5. A questo punto della nostra storia, entra a giusto titolo in scena Augusto, figlio unico di Mario e Merina, classe 1945. «Avevo tre anni e nel laboratorio annesso alla casa ho vissuto fino ai quattordici. Dormivo dietro un paravento, il resto della giornata lo passavo con mio padre che lavorava. Era molto apprensivo, e non mi permetteva di andare in cortile insieme agli altri bambini. Scambiavamo qualche parola, ci tenevamo compagnia, in quell’ambiente enorme io giocavo a palla. Di notte, il laboratorio e i suoi macchinari mi mettevano un po’di paura. Le crepe nei muri, le ombre, le luci della strada, facevano nascere strane figure. Ma nella stanza vicina c’erano i miei genitori, e alla fine mi addormentavo».

Sul marciapiede di via Piave 5 affacciava la piola di Cigno. Di fronte c’è ancora, seppur rivisitata, una mescita vini che non voleva e non poteva farle concorrenza. Da Cigno poche carte da gioco, e invece discussioni politiche, recital di prosa e poesia. E burle colossali. Se Carmine era stato precursore di quei terroni tanto invisi ai torinesi doc, Mario, con “I cadetti del buonumore”, anticipò il Monicelli di Amici miei. Ricorda Augusto: «Con una ventina di amici, andava nei paesini della provincia. Arrivati a destinazione, dichiaravano di essere una banda musicale, pur suonando da cani trombette, trombe e tamburi. Sfilavano in piazza preceduti da uno di loro, in frac e fascia tricolore. Il direttore della banda scandiva il tempo battendosi un asciugamano sulla schiena. Al termine della sfilata, si mettevano in maniche di camicia e giocavano a bocce. Bocce e boccino erano quadrati».

Mario, al di là di burle e divagazioni, è ormai un orafo molto apprezzato. Gli ordini crescono, ma lui resta fedele alla regola del lavorare con lentezza. Anche perché si dedica alla fattura di tre «capolavori» (la definizione è sua) in miniatura: un medaglione con inserito un panorama di Torino e la Mole Antonelliana alta cinque centimetri; un maggiolino a grandezza naturale che, alzatene le ali, scopre una riproduzione del Duomo di Milano. Capovolgendo l’insetto, appare il David di Michelangelo alto due centimetri. Ma sarà il terzo capolavoro, Fausto Coppi in bicicletta, a procurargli l’onore delle cronache su La Stampa, delle interviste radiofoniche e di un incontro con il Campionissimo.

L’opera, custodita da Augusto insieme alle altre due, è alta meno di un cerino e pesa sette grammi: sei sono il peso di Fausto, il cui volto è somigliantissimo, uno quello della bicicletta che, girando il pedale, muove la ruota posteriore. Coppi e Giulia Occhini, la Dama Bianca, colpevoli agli occhi dei perbenisti anni ’50 di convivere e di aver fatto un figlio fuori dal matrimonio, si presentano un giorno nel laboratorio per comprare la miniatura. Ma quando la trattativa sembra ormai conclusa, Giulia rivela che, del lillipuziano Coppi, vuol fare un pendaglio da bracciale. Il discorso si chiude di fronte a un secco e indignato no del Maestro. Tra gli incontri di cui Mario va fiero, quello a Roma con il presidente Luigi Einaudi e la consorte Ida, seguito dalla nomina a Cavaliere del Lavoro della Repubblica per meriti artistici. L’orafo dei gioielli, delle piole, della chitarra, delle burle, della genialità eternamente lontana dalla vita reale, dirà addio a chi gli ha voluto bene e ai pochi che male gli hanno voluto, il 12 aprile del 1962. Lo stesso giorno della sua nascita. Ultimo e preciso cesello di un’esistenza, a modo di Mario felice.

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