Pesce gigante adagiato lungo la riva di Vila Gale Opera, il MAAT è un superbo spazio anfibio: fuori, il rapporto con il fiume e lo skyline della città, dentro gli ampi spazi per le mostre. Il MAAT (Museum Art Architecture Technology), inaugurato 7 anni fa a Lisbona, su progetto della gallese Amanda Jane Levete, è un nuovo, meraviglioso mostro dell’architettura d’arte (un po’ come l’Auditorium-Balena di Renzo Piano a Roma), che gioca con le nostre liquide analogie e una rigorosa funzionalità.

All’esterno è percorribile dappertutto, anche sul tetto, da cui si dirama un percorso a tentacolo che lo fa penetrare, in modo avvolgente, nel cuore della città. Ma pure la rapida scalinata all’ingresso si apre a ventaglio in mille branchie, fessure d’ombra e di luce. E le «squame» dei suoi rivestimenti, lucenti d’argento la sera, sono la sua veste di gala per le mostre interne: quest’estate, le Metamorfosi di Sandra Rocha, a cura di Joao Pinharanda, anche direttore del MAAT, e il «giocattolume» di Hervé di Rosa, ripetitivo marché aux puces di casa, fitto di feticci kitch da buttare.

L’artista, di cui sono esposte opere in Francia al Musée Paul Valéry di Sète, già amico di Enrico Baj, segnala che la sua collezione include il «prima» del consumismo: «Quando un’opera diventa mercato, non mi interessa più. Ma la sua genesi è sempre stupefacente: ed è sempre inedita, che si tratti di Mickey Mouse o di Barbie».

Il MAAT non fagogita tutta l’arte di Lisbona. Attorno, non lontano, sbocciano quest’ estate tre sorprendenti ed esclusive alternative di cultura visiva: tre altre icone della nuova Lisbona.

La prima è, accanto, il complesso industriale dismesso della società elettrica, altro capolavoro d’architettura funzionale, riconvertito in ulteriore Galleria: divenuto dunque antenato del MAAT e, con i suoi soffitti altissimi, prerogativa di tempi lontani, sede ideale delle operine d’arte contemporanea, come quelle che ora vi sono installate, sonore e visive, Hello, are you there? di Luisa Cunha, che traggono fascino più dagli spazi che da loro stesse.

La seconda icona di Lisbona-arte è la factory, multicolore, multipiani, multi-‘fantasy’, di un’abbonata del MAAT, Joana Vasconscelos, impegnata nei giorni della visita (organizzata dall’impareggiabile Pierre Laporte), con giovani operai-Fiat al lavoro in ogni antro del suo castello d’arte (dalle ragazze all’uncinetto ai ragazzi alle pialle), per la consegna, pochi giorni dopo, di un monumentale Wedding Cake, commissionato a Londra dalla Rockfeller Foundation.

Ma, soprattutto, è la terza alternativa ad aprirsi a visioni, e comprensioni, inattese. Nella limitrofa Calouste-Gulbelkianh Foundation, il miracolo è la Giacometti / Rui Chafes exhibition: cioè, una mostra rivelatrice del genio sottile, scheletrito di Giacometti, che di recente Tullio Pericoli ha reinterpretato in un meraviglioso libretto, edito da Adelphi, sull’adorato Kafka dell’Artista della fame.

Mostra rivelatrice: perché, dal confronto-dialogo, all’insegna di affinità elettive, tra un artista di ieri e uno di oggi, emerge, chiara, intensa, forse per la prima volta – dopo la magnifica retrospettiva, oltre trent’anni fa, al Musée d’Art Moderne de Paris – la rilettura dell’intera opera di Giacometti. Nei suoi interventi di sottolineatura «orchestrale», come nell’amplificazione coraggiosa della pinocchiesca, anemica scultura La morte, Chafes sottolinea anziché soffocare le intenzioni dell’autore.

Senza contare, nell’iper-selezione, di poche sculture, in poche stanze, in un vuoto debitamente ‘giacomettiano’, l’epifania, per la prima volta al mondo, di sculturine infinitesimali, in terra cruda, mai cotta, dunque intrasportabili. Finora.