Il Festival della Valle d’Itria è famoso per le riscoperte pregevoli, ma non sempre è dato di imbattersi in un capolavoro. Stavolta il capolavoro è comparso alle prime battute della rassegna, con L’Ambizione delusa di Leonardo Leo (1694-1744 ), scritta nel 1742 per il Teatro Nuovo di Napoli e presentata in prima esecuzione in tempi moderni nel chiostro di San Domenico, in una serata premiata dall’entusiasmo del pubblico. È la musica a lasciare sbalorditi, per gusto, ricchezza e varietà, con il linguaggio dell’opera napoletana ora ibridato con la grande lezione handeliana ora sviluppato in forme libere con raffinatezza e ardimento sperimentale. Dirige al cembalo Antonio Greco, che al merito di aver restituito assai bene l’opera unisce quello di aver guidato con sensibilità una compagine, i musicisti dell’Ico della Magna Grecia, non specializzata nel repertorio antico. Ha ben affrontato con la regista l’operazione rischiosa dei tagli, sfrondando opportunamente un lavoro che, se pur presentato come «commedia pastorale» , mantiene tratti e proporzioni da opera seria.

Fondamentale il contrasto fra il napoletano e l’italiano, giocato con dispiego di fantasiosi strafalcioni, usati dal librettista Domenico Canicà per caratterizzare gli ambizioni dei fratelli parvenu Cintia e Lupino ( la brillante Michela Antenucci e lo spigliato Riccardo Gagliardi) che nella ambizione di ascesa sociale incontrano i falsi baroni Ciaccone ( un Giampiero Cicino molto guascone, unico a cantare sempre in napoletano ) e Laurina (la liliale e giovanissima Alessia Martino). Il risultato è una catastrofe di equivoci, con Cintia che finisce per sposare il pastore Silvio (una spavalda Federica Carnevale), il finto barone che impalma la cameriera Delfina (l’ottima Filomena Diodati), mentre Laurina cede al fattore Foresto (la baldanzosa Candida Guida).

Alla regia assai asciutta e antinaturalistica si accoppiano i costumi novecenteschi e di fantasia, talvolta solo una canottiera o una sottoveste ( tutti i bravissimi cantanti dell’Accademia sono attori capaci e di piacevolissimo aspetto), creati da Caterina Botticelli e l’ingegno dello scenografo Sergio Mariotti , che reinventa e anima gli spazi su due piani del chiostro. Caterina Panti Liberovici, nata da una famiglia di artisti e formata alla scuola di Luca Ronconi, da anni segue una carriera registica che da assistente alla Scala di Milano l’ha poi portata in molti festival italiani e europei fino a approdare all’Opera di Francoforte. Per la regia dell’Ambizione delusa rivela di aver tralasciato ai disegni un po’ puerili della trama, lavorando piuttosto sulle arie dei personaggi , mosse da affetti e caratteri ben diversi rispetto ai piccanti e sgangherati recitativi: come nel caso di Cintia, che si vede affidare una musica da opera seria, assai più elaborata della semplicità cui il libretto la relegherebbe. «Ciascun personaggio, spiega, in questo modo insegue una sua traiettoria solitaria, quella dell’ambizione», esasperata talvolta con scelte non naturalistiche ma tese a giocare con simboli e oggetti ( le frecce, simbolo d’amore, le maschere, un palloncino in forma di colomba) in modo da offrire al pubblico molteplici chiavi di lettura. Naturalmente ricorda come una regia simile «si realizzi in modo compiuto quando si lavora con la duttilità dei giovani», esperienza che preferisce a qualsiasi altra, per la possibilità recuperare un territorio di fantasia e libertà di solito più difficile da esplorare con gli artisti in carriera.

Dell’esperienza scaligera, dove i big dell’opera si incontrano ogni giorno è grata , però ha trovato uno spazio davvero congeniale a Francoforte dove come regista stabile alterna riprese di importanti regie del teatro a tournée ( la prossima il Don Carlo in Giappone), a progetti propri ( fra l’altro un Barbiere rossiniano per bambini appena premiato che fa il paio l’opera che metterà in scena il 19 a Martina Franca, Falene, lavoro per bambini di Daniela Terranova). «Gli italiani, rivela, continuano a avere, specie se si impegnano a presentare professionalità e capacità organizzative ineccepibili, una marcia in più sul piano umano rispetto agli altri, dato di cui si accorgono per primi proprio i cantanti». A settembre tornerà a Francoforte per riprendere Idomeneo, d’altronde anche se ha già affrontato Rigoletto e Andrea Chenier, quello è il mondo musicale che trova più congeniale: il repertorio settecentesco e barocco resta la sua passione, perché trova nelle forme musicali una guida che «permette una maggior profondità di approccio con i personaggi, indipendentemente dalla qualità dei libretti». Ripete che non vuole pensare se per una regista donna sia tutto più difficile, anche se è un dato che fra i tanti nomi italiani emergenti si contano soprattutto uomini; ma non cerca alibi, anche perché in teatro si è accorta come il genere non conti, fra musicisti. Però, sottolinea, nei rapporti istituzionali e amministrativi, conta eccome, specie in Italia. L’Ambizione delusa di Leo è ancora in scena a Martina Franca e in altre città dei dintorni fino al 29 di luglio.