Un uomo si imbatte fortuitamente in una sacca piena di soldi, talmente tanti che sembra difficile resistere alla tentazione di rubarli. L’inizio potrebbe essere quello di Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, tanto più che anche nella Caduta dell’impero americano di Denys Arcand quei soldi trovati «fortuitamente» dal protagonista – un fattorino, Pierre-Paul , interpretato da Alexandre Landry – sono legati a persone molto poco raccomandabili: mafiosi, gang, sicari.

NON SIAMO però in Texas ma nel Canada francese, a Montreal, dove Pierre-Paul si è appena lasciato con la fidanzata dopo una lunga discussione sull’intelligenza che secondo il protagonista «è un handicap». Anche i più grandi pensatori infatti fanno cose stupide spiega Pierre-Paul, sempre pronto a citare filosofi e scrittori. Lui stesso in fondo non brilla per acume chiarisce subito il film, un thriller virato in commedia – anche heist movie «al contrario» in cui il bottino è conquistato da subito – sul potere inarrestabile dei soldi. E sull’immenso divario che separa chi li sposta come pedine del Risiko in giro per il mondo e le persone «normali», il 99% di Occupy Wall Street. O peggio ancora i senzatetto fra cui lavora come volontario Jean-Paul, e dei quali la bella escort di cui è innamorato – Camille (Maripier Morin) – conosce a malapena l’esistenza.

TERZO CAPITOLO di una trilogia cominciata nel 1986 con Il declino dell’impero americano, e proseguita con Le invasioni barbariche nel 2003, il film di Arcand continua una riflessione ideale sulle forze profonde che muovono gli esseri umani, dopo il sesso e la morte, in un’epoca in cui l’avidità e il potere dei soldi sembrano pervadere ogni aspetto della realtà. E lo fa giocando con gli stereotipi, dal banchiere senza scrupoli alla «prostituta dal cuore d’oro» fino all’immancabile coppia di poliziotti.
La critica sociale, politica e dell’alta finanza è però sin troppo esibita: non servono battute come «È questo che ha distrutto gli Stati uniti: i soldi», per raccontare lo sfacelo di un mondo, il nostro, sotto il sole splendente di un paradiso fiscale.