È bruciata in pochi minuti l’auto di un volontario impegnato nel contrasto al bracconaggio a Collio nella Bassa bresciana. Un atto intimidatorio, come denunciato dalle associazioni ambientaliste che ora chiedono il massimo impegno per identificare gli autori di un gesto che ha voluto colpire una persona che da anni è in prima fila nella ricerca delle trappole illegali che fanno strage anche di animali protetti. Un avvertimento in stile mafioso che la dice lunga sulla pericolosità di alcuni soggetti che si muovono nella zona grigia tra caccia e bracconaggio, come testimoniano anche i commenti sui social: «Che peccato… intendo che non era in auto», «Era impegnato a rompere il caxxo alla gente»…

E non è un caso isolato. Sono ormai frequenti le aggressioni a guardie volontarie impegnate nei controlli o persino a semplici cittadini: emblematico il caso di un paio di settimane fa del veterinario minacciato e spintonato da alcuni cacciatori in provincia di Cuneo solo perché li stava riprendendo mentre sparavano vicino alle abitazioni (modalità vietata). Questa escalation trova una diretta responsabilità in alcuni settori del mondo venatorio che, nel tentativo di frenare il vistoso calo del numero di cacciatori, sono sempre più accondiscendenti verso gli estremisti della doppietta, pretendendo la cancellazione di ogni forma di tutela e trovando ascolto in politici compiacenti.

In un solo anno dall’insediamento del governo Meloni – il più filovenatorio mai avuto – sono state peggiorate disposizioni fondamentali per la tutela della biodiversità, mentre non è stato fatto nulla per intensificare i controlli contro bracconieri e trafficanti di animali. Sono stati ridotti gli strumenti a disposizione della magistratura e sono giornalieri gli attacchi a chi è chiamato a far rispettare le leggi da parte di consiglieri regionali, parlamentari, sottosegretari e persino ministri della maggioranza. Le associazioni venatorie, insieme ai produttori di armi, dettano l’agenda politica, mentre le associazioni vengono escluse dai tavoli di confronto. Tutto ciò determina un clima di ostilità e arroganza nel comparto venatorio i cui esponenti fanno credere ai cacciatori di poter fare tutto quanto desiderano sulla base dell’idea che ogni norma possa essere violata. Un esempio viene dalla Lombardia, una delle aree con il più alto tasso di bracconaggio, dove il Consiglio regionale somiglia ad un comitato di caccia, considerata la mole di proposte di legge su questo argomento presentate da consiglieri in palese conflitto d’interesse in quanto cacciatori o ex dirigenti venatori. Proposte spesso tradotte in legge, sempre orientate ad impedire i controlli e proteggere i bracconieri e che neppure il Governo vuole più fermare. Di recente è stata persino introdotta una sanatoria sull’utilizzo come «richiami vivi» di migliaia di uccelli catturati illegalmente: una norma incostituzionale che il Consiglio dei Ministri ha ritenuto di non impugnare davanti alla Corte Costituzionale.