La scrittura di Invernale (La nave di Teseo, pp. 144, euro 17), l’ultimo libro di Dario Voltolini dalla confezione elegante e una copertina molto seducente, una rielaborazione di Agnello mistico di Jan van Eyck, ha un solfeggio esatto, è ritmica e precisa, spietata come la lama di un intagliatore. Un fraseggio essenziale dentro una misura di compiutezza e raro equilibrio formale. Così implacabile che chi legge sente talmente la forza delle parole che ne è scosso nei sensi, il dettato è infallibile come il taglio del macellaio che squarta, incide, disossa, smembra, divide la carne animale per i vivi. Un’attività che avvolge il lettore già dall’incipit e dalla travolgente forza espressiva del primo capitolo con la sua carica corporale, delle azioni e dell’arte del mattatore che con il coltello in mano «spacca con pochi colpi nello stesso solco». Ma, a volte, uno di questi colpi va a vuoto, il fendente raggiunge la mano e il dito di chi stringe e trafigge la bestia, quelli del padre dell’autore, «il sangue di lui si mescola a quello freddo della bestia», e come scrive Tiziano Scarpa nel risvolto: «è l’inizio di un’altra discesa nella carne. Questa volta la sua».

LA NARRAZIONE DI BREVI ma intensi capitoli è oggettiva, segue il decorso degli eventi, scansa tutto l’emozionale e punta al crudo racconto dei fatti, alle cose, agli ambienti, «in ospedale riattaccano i tessuti e salvano il dito», il padre dell’autore torna al lavoro al banco e nel frastuono del mercato, continua a spaccare pezzi di animali, vendere bistecche. Tutto ricomincia ma qualcosa è successo dopo quel taglio, quella deviazione, dopo «quel movimento fatto per non perdere l’equilibrio in quello spazio tra banco di vendita e muro», una specie di ombra minacciosa si è impossessata del suo corpo sempre più spossato, «i mesi passano. Le piastrine intanto scendono». È successo che «il sangue di lui si è mescolato a quello freddo della bestia quando la lama è andata sul dito», ricorda ancora l’autore in un altro passo, quella che poi viene diagnosticata come «febbre maltese», quando «il batterio Brucella passa dalla bestia all’uomo».
Voltolini scrive un suo personalissimo romanzo sul padre, scansa quasi del tutto la pista realistica dell’aneddotica, del memoir, e muove verso altre direzioni, direzioni d’immaginazione letteraria dentro i vuoti vertiginosi della mancanza, della perdita, certo usando inevitabilmente i ricordi, quei frammenti, quelle scie di vita inestricabili inventate nel tempo dalla memoria, allargando però anche al rapporto simbiotico e simbolico con l’animale, perché sia chiaro che suo padre «se c’è un confine fra gli animali e gli uomini, lui sta dalla parte delle bestie. Anche se le ammazza. Anche se le spolpa, le disossa».

DOPO, UNA SPOSSATEZZA cronica si impossessa di lui, diversa dalla stanchezza provocata dal duro lavoro sui banchi. L’affaticamento del padre diventa pensiero, osservazione angosciata e immaginazione nella scrittura del figlio, che cerca e racconta le azioni del suo corpo, insegue il suo fantasma in soggiorno, nella camera da letto, mentre guida, immagina e vive la via crucis di ambulatori e medici, consulti «nella città dei Lumi», quando cerca le parole della malattia «con il volume dell’enciclopedia in mano», i molti viaggi con la madre a Villejuif, fino alle ultime disperate terapie, quei pezzi di vita che in parte non ha visto e che può solo inventare dal vero. Allora il corpo immaginato del padre diventa un cantiere, dove la «vincristina procede per conto suo, così come fa il tumore» (…) Il cancro ha evidentemente un progetto suicidario, perché quando vince crepa pure lui», dove le trasfusioni «aiutano il campo di battaglia a sostenere la contesa». E quando gli dicono che «non c’è più niente da fare», al figlio resta «l’atto più simile alla preghiera» che rivolge direttamente a suo padre: «mi resta lui, a cui chiedo parcamente le cose impossibili nella logica di qua, nella metafisica di qua», scrive dentro il mistero che lega i vivi ai morti.