C’è stato un tempo, in fondo non molto lontano (qualcuno ancora se ne ricorda), in cui telefonare era un’impresa, soprattutto se si doveva chiamare qualcuno che non abitava nella stessa città. E le telefonate, le (appunto) interurbane, non parliamo poi delle internazionali, erano molto care: se ci si trovava in una cabina telefonica (esistevano anche quelle, e gli inglesi furbi avevano fatto delle loro, di un bel rosso fiammante, un’icona nazionale), si doveva essere svelti a inserire i gettoni, uno dopo l’altro, sennò clic, la voce si azzittiva.
A quel tempo appartiene un libro per bambini, e forse non solo per bambini, ancora oggi molto letto e molto amato, le Favole al telefono di Gianni Rodari, racconti brevi e deliziosamente strampalati, fatti per essere letti appunto al telefono da un papà o da una mamma lontani per lavoro ai loro bambini prima che andassero a letto. Sembra di parlare della preistoria, e invece – corsi e ricorsi di una storia ben viva – rieccola, l’idea che il telefono possa essere ancora, o di nuovo, il veicolo di una voce che non si limita a chiederti come stai, ma ti legge una poesia, un aneddoto, un articolo di giornale, un breve racconto.

Chi l’abbia avuta, o ripescata dagli anni delle Favole al telefono, non sappiamo. In diversi casi galeotto fu il Covid, a dimostrazione che non tutto il male viene per nuocere. Ma quello che conta è che in alcune città della Spagna e della Colombia (e forse anche altrove) è attivo un servizio gratuito di «letture telefoniche», a cui ci si può iscrivere molto semplicemente, mandando un’email o facendo – tanto per cambiare – una telefonata.

Qualcosa è cambiato, però, rispetto ai tempi di Rodari: adesso non sono più i genitori a chiamare i loro figli, presumibilmente già perfettamente connessi con il mondo grazie ai loro tablet e smartphone, ma le biblioteche e i centri culturali che mettono a disposizione lettrici e lettori professionali per le persone majores o senior (insomma, quelli per i quali nessuno ha più il coraggio di usare la parola più semplice e bella: i vecchi) o per chi comunque ha difficoltà di lettura.

Lo fanno per esempio alcune biblioteche di Barcellona, tra cui la Biblioteca Joan Miró, che hanno intitolato questa loro «iniziativa di cooperazione sociale» Lecturas al oído (Letture all’orecchio). E lo fanno le leggendarie biblioteche di Medellín, quelle – sia vero o no – che hanno contribuito a rendere più vivibile una delle città più pericolose dell’America Latina: nato come progetto Covid19 Intermedia, il servizio continua anche adesso che la pandemia è almeno ufficialmente finita. Ogni settimana gli utenti che ne fanno richiesta ascoltano per telefono «una storia divertente che permette loro di partecipare a una sorta di conversazione a distanza con la comunità della propria biblioteca». E a Bogotà l’iniziativa, avviata da Idartes, l’Instituto Distrital de las Artes, ha avuto un successo tale che il progetto

«Cuéntame al oído» (Raccontami all’orecchio) viene ora replicato anche dal vivo in un incontro che si tiene mensilmente in un teatro e in alcuni casi in un centro medico con pazienti affetti da malattie croniche.
Il punto focale, però, resta la voce umana: «Tra gli iscritti al servizio ci sono persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza dalla Colombia e hanno ritrovato un po’ della loro casa e della loro identità attraverso queste letture, perché è ancora magico avere qualcuno che ti chiama al telefono e ti racconta una storia all’orecchio», commenta Carlos Mauricio Galeano, direttore di Idartes. Siamo ragionevolmente sicuri che Rodari sarebbe stato d’accordo.