L’Eta torna a far parlar di sé con un comunicato – il più inquietante dall’annuncio di deposizione delle armi del novembre 2011 – recapitato tre giorni fa al giornale Gara. Nelle quasi due pagine redatte in basco, l’organizzazione terroristica punta il dito contro l’atteggiamento «negativo e ostruzionista» del governo del Partido popular, facendo riferimento alle presunte responsabilità dell’esecutivo nell’interruzione delle trattative per la dissoluzione della banda. Il blocco dei negoziati (avvenuto a inizio febbraio ma trapelato solo nella prima settimana di marzo) è coinciso con l’espulsione della cupola etarra da Oslo, sede della tavola rotonda tra i rappresentati dell’organizzazione terroristica e la Commissione internazionale di verifica.

La rottura delle trattative – a cui hanno preso parte vari esponenti dell’Izqueirda abretzale ma nessun interlocutore del governo, contrariamente a quanto avvenne nel fallito processo di pace del 2006 – sarebbe dovuta al rifiuto da parte dell’Eta di fare ulteriori mosse verso la definitiva dissoluzione, compresa una simbolica consegna delle armi che restano all’organizzazione.

Un rifiuto che l’Eta oppone come contrappasso all’«immobilismo» del governo a cui chiede, per avanzare nel processo di pacificazione, un chiaro gesto d’apertura che potrebbe coincidere con la concessione di garanzie sul futuro dei prigionieri. Ma c’è chi allude alle divisioni interne all’organizzazione come causa dello stop dei negoziati: secondo fonti dell’antiterrorismo, l’arrocco dell’Eta sarebbe dovuto ad un contrasto tra una fazione favorevole alla consegna dell’arsenale e alla dissoluzione e un gruppo restio all’abbandono della lotta armata.

Quali che siano i motivi, è la reazione ad essere inquietante: «La dissoluzione dello spazio di dialogo – si legge verso la fine del comunicato – costituisce un passo indietro e avrà conseguenze negative». Una formula che ha subito risvegliato paure sopite. In realtà è quasi impossibile che Eta ritorni ad imbracciare le armi. In primo luogo perché lo stesso comunicato ribadisce la scelta della rinuncia alla lotta armata: «Euskal Herria (i Paesi baschi, ndr) merita pace e libertà»; ma anche perché i numerosi arresti degli ultimi anni hanno ridotto ai minimi termini la struttura militare dell’organizzazione terroristica. Inoltre un ritorno alla violenza avrebbe – secondo numerosi analisti – conseguenze politiche deleterie, affondando l’Izquierda abertzale, che, con Eta con le pistole nella fondina, ha fatto entrare nel parlamento basco il partito Eh Bildu come seconda forza regionale.

La prima è, invece, il Partido nacionalista basco, a cui l’Eta non risparmia dure critiche definendo «incomprensibile la copertura che sta dando al governo». Tutta la pressione ricade dunque sulle spalle dell’esecutivo, che però taglia corto: «Non voglio parlare di conseguenze negative – ha dichiarato Rajoy da Parigi subito dopo la diffusione del comunicato – bensì di quelle positive che si avranno solo alla dissoluzione dell’organizzazione».

Una dichiarazione, questa, che segue di qualche giorno quella rilasciata in parlamento a seguito dei fatti di Oslo «con i quali – secondo il primo ministro – il governo non ha nulla a che vedere» al punto da non sapere nemmeno dello svolgimento delle trattative. Una versione che risulta sorprendente e che infatti ha suscitato perplessità tra l’opposizione.

Il comunicato torna anche sulla questione della politica carceraria, rimproverando all’esecutivo la sistematica violazione dei diritti dei detenuti della banda. Si tratta di un punto cruciale sulla strada verso la pacificazione, su cui, però, il governo non sembra disposto a fare concessioni. I fatti parlano di un effettivo giro di vite del governo popolare, che sta applicando con il pugno di ferro la cosiddetta dottrina Parot, nome con cui si conosce una polemica risoluzione del tribunale costituzionale del 2006 (all’esame del tribunale dei diritti umani) che impedisce di fatto gli sconti di pena, dato che li applica al totale degli anni di condanna anziché al periodo massimo di detenzione consentito dalla legislazione spagnola, che è di 30 anni. Un ulteriore sfoggio di muscoli arriva ministro degli Interni che ha recentemente negato la semilibertà a tre dissociati dell’organizzazione, nonostante avessero compiuto i requisiti legali che danno diritto a beneficiarne. Tutti segnali che indicano che il braccio di ferro Eta-stato durerà ancora a lungo.