Studenti e critici vaganti che nel ’68 arrivarono al festival di Pesaro non videro Les Idoles di Marc’O a cui la Mostra del Nuovo Cinema (16-23 giugno) dedica quest’anno la prima personale in Italia. Il film fu bloccato all’epoca dallo sciopero generale del cinema francese dopo il «maggio»: così racconta il regista novantunenne di rara energia che ha attraversato un secolo di avanguardie in perfetta sintonia con la Mostra esploratrice di nuovi linguaggi.

Rievoca il suo incontro con i fratelli Vian, i surrealisti e i lettristi (da cui l’apostrofo nel suo nome) e con i beatnik quando nel dopoguerra frequentava l’«American Center» territorio Usa a Parigi, dove iniziò a interessarsi al lavoro con gli attori nel teatro e nel cinema. La proiezione in piazza di Les Idoles riporta in scena Pierre Clementi blouson noir e Bulle Ogier abbigliata Cacharel, atletici e sprizzanti giovinezza, pièce teatrale e musicale messa in scena per il cinema che scompone e fa a pezzi gli intenti dell’industria dello yé yé e dei suoi divi, canzoni sgranate, gestualità e spirito brechtiano. Lui che ebbe come amici tutta la futura nouvelle vague (da Rivette a Eustache, Rohmer e Téchiné), i jazzisti, Guy Debord ancora liceale, avrebbe incontrato volentieri anche Brecht «se fosse stato ancora vivo».

Esponente di punta della «banda» di Saint-Germain-de-Prés di cui la stampa si occupava costantemente, ha poi vissuto anche in Italia e negli ultimi anni tornato a Parigi ha realizzato laboratori sul precariato e la disoccupazione giovanile, sui temi della povertà dei bambini, in vari luoghi (tranne che nei teatri), tra cui l’estremamente simbolico ospedale psichiatrico che accolse Artaud.

Il pianeta sommerso del nuovo cinema italiano, a Pesaro emerge quasi riluttante a mostrarsi mentre giganteggia sulle piattaforme dove diventa mito degno di seguaci e la sala va stretta rispetto alle migliaia di connessioni. Eppure si fa sentire ancora il bisogno del contatto non virtuale con il pubblico con cui interagire: se ne parla nell’incontro «Le sale (r)esistenti» dove i nuovi autori fanno migrare le loro opere, salette, agriturismi, associazioni culturali, luoghi orgogliosamente indipendenti e selettivi, periferie estreme, nel deserto delle province e delle città delle sale chiuse. Kinetta di Benevento, l’ex asilo di San Gregorio Armeno, l’Apollo 11 di Roma con la sua idea di festival permanente, il Piccolo Cinema di Torino nord che comprende anche le discussioni sui film da realizzare, il sofisticato impegno di «Sguardi Ostinati» a Casalnuovo di Napoli.

Questo grande fiume sommerso di cinema si affianca alla struttura teorica nel «Fuori Norma» lanciato due anni fa da Adriano Aprà con successivi pacchetti di film (in tutto per ora 60 film scelti da lui proiettati nelle sale romane fuori dai circuiti commerciali e poi ancora dopo l’estate fuori Roma e all’estero). L’approfondimento sui film Fuori Norma è l’oggetto di un volume edito a Barcellona da Daniela Aronica (Quaderni del Csci, rivista annuale del cinema italiano) presentato ieri, con saggi critici e schede di tutti i film scelti a dimostrare la vitalità del nostro cinema neosperimentale.
La sezione «Satellite» della Mostra propone i nuovi linguaggi e permette salti logici e temporali dopo le «lezioni di storia» sul cinema del ’68 presentate da Federico Rossin (Schifano, Robert Fulton, Michael Snow), punto di contatto forse il rifiuto della definizione, la messa in scena di connessioni ottiche e dell’inconscio. «per liberarsi delle immagini marce, fuggire il potere pornografico dell’alta definizione» secondo Menegazzo e Pernisa autori del misterioso Dagadol.