Gli ultimi colpi di una delle peggiori campagne elettorali della storia italiana recente vengono sparati sul fronte dell’abuso d’ufficio. Salvini propone di abolirlo: «Se per paura che qualcuno rubi blocchiamo tutto mettiamo il cartello ’Affittasi’ ai confini. Non si può bloccare tutto». Non ha torto. Il reato di abuso d’ufficio è di quelli che possono colpire davvero chiunque amministri. Di Maio replica scadendo nel triviale: «Basta stronzate». E’ uno scivolone. A sostenere la necessità di intervenire sull’abuso d’ufficio è lo stesso premier Conte, come segnala il leghista, e in parte anche Raffaele Cantone, non precisamente un magistrato tenero, che interviene senza alzare barricate: «Il reato non va abolito. Una norma che punisca gli atti di evidente favore è necessaria. Ma credo che sia opportuno pensare una modifica». La Lega si affretta a far sapere di condividere l’opinione.

Strascichi di una guerra elettorale dopo la quale nulla nella maggioranza sarà più come prima. Sullo sfondo si intravedono gli argomenti più contundenti adoperati dagli uni e dagli altri in queste settimane: l’accusa rivolta dai 5 Stelle alla Lega di chiudere un occhio sulla corruzione, la responsabilità di bloccare tutto che i leghisti addebitano ai quasi ex soci. Ma pur sempre solo strascichi. L’ultimo vero scontro prima del voto è stato quello sul decreto Sicurezza ed è a quello, soprattutto al suo epilogo, che bisogna guardare per provare a capire cosa succederà dopo il voto di domenica.

Nel faccia a faccia con Salvini, mercoledì scorso, Mattarella aveva assicurato che, se il governo lo avesse varato, lui non avrebbe negato la firma al decreto della discordia. Poco prima, a pranzo con Conte, aveva segnalato la stessa cosa. Però, sia nel colloquio col premier che in quello con il leghista, aveva anche fatto chiaramente capire che per il presidente quella firma sarebbe stata motivo di serio imbarazzo. Dopo essere stato tirato improvvidamente in ballo proprio da Conte, nell’ultimo consiglio dei ministri, firmare il decreto prima del voto sarebbe suonato indebitamente come uno schieramento a favore del leghista.

Il decreto Famiglia, quello a cui tenevano i 5S, invece non sarebbe stato firmato, non essendo la necessità propagandistico-elettorale di un partito requisito sufficiente per stabilirne l’urgenza. Se Salvini avesse forzato, essendo caduti nella terza versione del dl i rilievi di incostituzionalità, Conte non avrebbe dunque potuto opporre resistenza. Il leghista ha invece accettato il rinvio per evitare lo sgarbo istituzionale e lo schiaffo ai soci.

Non c’è solo questo. Pur confermando che, dal punto di vista costituzionale, le modifiche apportate erano per il Colle sufficienti, anche se l’ultima parola toccherà probabilmente alla Consulta, Mattarella ha avanzato numerosi rilievi sulla parte del decreto relativa all’ordine pubblico. Salvini ha accettato praticamente tutti i suggerimenti, al punto che solo dopo i due incontri di ieri il dl è effettivamente pronto per l’approvazione. Un atteggiamento così conciliante del leader leghista, che ha evitato anche ieri di replicare all’insulto di Di Maio, dovrebbero indicare la scelta di provare a proseguire con il governo gialloverde anche dopo le elezioni. Di certo però con convinzione ben diversa da quella dei mesi precedenti. Crisi o non crisi, questa campagna elettorale, caso più unico che raro, ha cambiato tutto persino indipendentemente dal responso delle urne.

Chi è invece convinto che l’alleanza vada chiusa è Giorgetti. Non solo per i toni della campagna elettorale ma perché il pragmatico della Lega vede avvicinarsi una fase molto difficile sul fronte dell’economia e dei conti ed è convinto che non la si possa affrontare senza liberarsi prima del Movimento. Non a caso ieri il viceministro Garavaglia ha suggerito di adoperare gli eventuali risparmi del reddito di cittadinanza per colmare il deficit, facendo infuriare i 5S. A decidere sarà Salvini, anche se Maroni assicura invece che tutto dipende dal sottosegretario. Il tentativo di andare avanti pare certo. Ma sulla possibilità di riuscirci, dopo una campagna elettorale che ha esasperato tutto e ha cancellato il ruolo di mediazione sin qui svolto da Conte, nessuno scommetterebbe un soldo.