I biologi, oggi, ci dicono che gli alberi sono esseri sociali. Sanno contare, imparare e ricordare, curano i propri simili malati e si avvertono reciprocamente del pericolo. Inoltre, da tempo sappiamo che anche gli animali hanno sentimenti, culture e dialetti. Recentemente, un gruppo di ricerca giapponese ha osservato non solo come i funghi comunicano tra loro, ma che sembrano essere più loquaci durante gli acquazzoni.
Questi sono solo alcuni esempi dello sguardo che alcune discipline iniziano a utilizzare per studiare, analizzare e capire l’ambiente che ci circonda. Un ambiente affollato di relazioni tra specie, tra soggetti senzienti, tra abitanti di questo pianeta. Gli antropologi sanno da tempo che molte culture native affermano di relazionarsi, di dialogare, di comunicare con l’ambiente, tutelandone in questo modo anche la biodiversità. Fin qui tutto bene, ma quando questi popoli ci dicono che le pietre nascono, si muovono e muoiono? Che parlano e viaggiano in modi che ci sorprendono per il loro dinamismo fisico e la loro potenza emotiva? Il nostro primo atteggiamento è quello di pensare ad un linguaggio metaforico, il linguaggio dei miti, delle leggende, delle storie di paese. E se provassimo, invece, a «prendere sul serio il pensiero nativo»? Ossia, a modificare il nostro sguardo provando a ipotizzare che il significato che affidiamo e incidiamo sulle pietre non appartiene solo agli umani, ma anche agli esseri non umani che co-costruiscono l’ambiente che abitiamo. La sfida che propongo è quella di riconoscere la partecipazione delle pietre nelle vicende umane. Mentre conducevo una ricerca sul campo alle Hawaii mi è capitato di incontrare un conoscente che viaggiava con una pietra, stava andando in un’altra isola per fare incontrare due pietre.

A Londra qualche anno fa, presso il British Museum si è tenuta una mostra sull’Oceania e alcuni visitatori dal Pacifico hanno portato al museo delle pietre, posandole davanti ai cimeli esposti.
Durante un altro campo di ricerca sull’isola dell’Asinara in Sardegna mi è stato raccontato che dei particolari ciottoli di mare custodiscono le storie e i racconti dell’isola. L’antropologia, come molte altre discipline, negli ultimi tempi si è resa conto che in molte culture gli esseri umani e le pietre «socializzano». Le etnografie di molti antropologi dal Sud America, all’Oceania, dai Caraibi al Giappone ci raccontano di dialoghi tra esseri umani e pietre, dimostrando che la nostra concezione di natura non è neutra e universale, ma storicamente e culturalmente declinata. Ci sono società, come quelle del Pacifico, dove non esiste nemmeno un termine per natura. Ciò non significa che queste società non abbiano elaborato un’elegante costruzione della natura, significa che questo processo non ha seguito le stesse tappe storico-culturali che hanno portato al dualismo Natura/Cultura nel pensiero europeo. Una dicotomia che, per esempio, non ci aiuta a parlare del cambiamento climatico perché ci sentiamo lontani, fuori dall’ambiente e non in relazione con esso.

Tuttavia, pensare alla socializzazione delle pietre, non mira contrapporre approcci scientifici occidentali con tradizioni native, ma vuole ragionare sulla vita e sulle relazioni, prendendo sul serio i discorsi ecologici nativi, che considerano attori dello scorrere della vita biologica anche le pietre. Il dialogo con le pietre consente di ripensare il modo con cui l’essere umano si relaziona con la natura, non attraverso rapporti gerarchici e dicotomici, ma con approcci collaborativi. Negli ultimi decenni un ramo dell’antropologia si è occupata dei modi di relazionarsi con il mondo; comprendendo che gli esseri umani modificano l’ambiente, ma che l’ambiente a sua volta influenza anche l’essere umano. Ci scopriamo, allora, noi esseri umani, in relazione con elementi della natura a volte inaspettati, come le pietre. Non è forse vero che i diamanti, che vi ricordo essere delle pietre, «sono i migliori amici delle donne» come cita una canzone resa famosa da Marilyn Monroe nel 1953?

*Antropologa. Anticipazione dell’intervento del 28 maggio nell’ambito dei Dialoghi di Pistoia