Il fantasma del commendatore è tornato prima di ogni previsione. Sapientemente oscurato durante la sfida elettorale, il colossale debito della capitale si è ripreso la scena e scompagina l’agenda municipale. Il sindaco Marino ha lanciato l’allarme del possibile fallimento di Roma a causa di un ammanco di 847 milioni di euro. Una cifra consistente; nulla però in confronto all’indebitamento a lungo termine della capitale che ammonta, come noto, intorno ai 12 miliardi. Per evitare il fallimento occorre affrontare quattro questioni.
La prima è sgomberare il campo da tutti gli uomini di potere, senatori e deputati in prima linea, che oggi lanciano grida di sdegno e scoprono una questione nota da anni a tutti coloro che si occupano di Roma. Sarebbe bastato entrare nel sito Non Tacere che fa capo a don Roberto Sardelli, storico punto di riferimento per il riscatto delle periferie romane, per trovare l’allarme sullo stato della città e delle sue finanze che abbiamo lanciato inascoltati da anni. I gruppi del potere politico romano hanno ignorato la questione ed ora non hanno titolo per scandalizzarsi.
La seconda questione è che si chiudano le aziende di scopo inventate in questi anni. Roma è stata una delle città più attive nel formare un grande numero di società, si pensi soltanto a Risorse per Roma, che hanno soddisfatto gli smodati appetiti degli apparati partitici e aumentato a dismisura i debiti fuori bilancio. È ora di chiudere l’allegra stagione delle esternalizzazioni e riportare tutte le funzioni amministrative in house. In tal senso il sindaco ha lanciato in conferenza stampa parole coraggiose e molto apprezzabili: attendiamo però provvedimenti concreti.
La terza questione sta nell’uso del denaro per realizzare opere pubbliche. La insensata scelta veltroniana di costruire il più grande stadio del nuoto del mondo per i mondiali del 2009 a Tor Vergata è costata finora 500 milioni di euro che raddoppieranno quando si scoprirà che è ridotto ad un rudere e bisognerà intervenire. Un miliardo di euro – un po’ di più dell’ammanco di questi giorni! – gettati al vento mentre ci narravano la favola del “modello Roma”. In questa chiave, ci permettiamo, appare ancor più incomprensibile l’ostinazione di non voler ripensare il progetto di pedonalizzazione dei Fori che costa denaro pubblico e sta portando al default sociale luoghi storici come le vie Labicana e Merulana e i quartieri intorno. Il cambio di prospettiva riguarda la cultura di governo e le scorciatoie devono finire per tutti, anche per i nostalgici del sistema Bertolaso.
L’ultima questione rappresenta infine la vera sfida per non fallire. Il debito romano ha origine nella fallimentare urbanistica degli ultimi venti anni basata sui diritti edificatori e sulle compensazioni. Roma continua ad espandersi senza sosta in ogni parte della campagna. La città non ne ha bisogno e non ne trarrà alcun beneficio: è infatti il comune, tutti noi, che dovrà realizzare le urbanizzazioni, i servizi, garantire i trasporti e la raccolta dei rifiuti. Pochi proprietari fondiari si arricchiscono e la città fallisce: è questo il nodo gordiano da tagliare. Tre esempi. È prevista la costruzione di un quartiere di 10 mila abitanti a Paglian Casale, in aperta campagna sulla via Ardeatina; uno identico per dimensioni a poca distanza, a Casal Giudeo. A nord altro grande quartiere lungo la via Trionfale a Lucchina. Non possiamo più permettercelo, anche perché più si costruisce e più si svaluta il valore delle case dei romani.
La questione cruciale di Roma è quella urbanistica e il sindaco deve garantire la svolta che la città si attende dopo il voto amministrativo. Ne comprendiamo tutte le difficoltà: alcuni consiglieri comunali pur presenti con la fronte corrucciata alla conferenza stampa di denuncia del rischio di default, il 17 settembre scorso avevano dato il via alla “compensazione urbanistica” di Casal Giudeo. Delle due l’una. O si continua ad espandere la città e allora sarà inutile trovare gli 847 milioni perché il problema si riproporrà immutato tra qualche mese. Oppure si chiude per sempre la fase dell’espansione urbana e si ripensa la città in funzione del recupero delle immense periferie.