Quando Halldor Laxness scrisse La campana d’Islanda (traduzione di Alessandro Storti, Iperborea, pp. 591, euro 19,50) tra il 1942 e il 1945, il suo paese stava attraversando un momento cruciale della propria storia. Il 17 giugno 1944 ottenne l’indipendenza totale, dopo la tappa intermedia di stato sovrano sotto la corona danese, raggiunta nel 1918.
Paradossalmente, però, negli stessi anni l’Islanda entrò nella zona di influenza di potenze economiche e militari ben più forti: gli Inglesi occuparono l’isola nel 1940 per contrastare i Tedeschi già padroni di Danimarca e Norvegia, sostituiti l’anno successivo dagli Americani. Malgrado gli indubbi vantaggi economici e sociali (nel giro di pochi anni l’Islanda passò da nazione più povera d’Europa a una delle più prospere), l’opinione pubblica non vide di buon occhio gli accordi tra gli Americani e il governo islandese, accusato di voler vendere il paese agli stranieri.

L’interesse per le saghe
In questi stessi anni Laxness, già consacrato da Gente indipendente, che era uscito nel 1935, ma non ancora premiato con il Nobel, che avrebbe avuto di lì a vent’anni, dopo un iniziale rigetto – «non ho niente da imparare da quelle vecchie cariatidi», scrisse a un amico – cominciò a manifestare un crescente interesse per le saghe e l’eredità storica e letteraria islandese. E proprio nel simbolo per eccellenza della millenaria storia del paese – quel paradosso di un parlamento a cielo aperto, ospitato in una faglia tettonica, che ogni turista del più canonico tour dell’Islanda non può fare a meno di visitare – si apre questo suo romanzo: «Ci fu un tempo, dicono i libri, in cui il popolo islandese possedeva un unico bene valutabile in denaro. Una campana. Questa campana stava sulla facciata della corte di giustizia di Thingvellir sull’Öxará, appesa alla trave di colmo. La si suonava all’inizio delle udienze e alla fine delle esecuzioni capitali. Era talmente antica, la campana, che nessuno ne conosceva più l’età precisa».

Nel periodo forse più buio dell’Islanda, tra Sei e Settecento, per far fronte a una delle tante guerre contro la vicina Svezia, il re di Danimarca ordinò agli islandesi di consegnare tutto il rame e l’ottone del paese, compreso il metallo della preziosa campana. A eseguire materialmente l’ordine fu Jón Hreggvidsson, mezzadro e condannato ai lavori forzati per furto di lenze, all’epoca un reato molto grave, perché sottraeva introiti alla Compagnia danese che gestiva tutti i traffici commerciali islandesi, pesca compresa.

Un fatto molto simbolico
Tutti gli avvenimenti raccontati nel romanzo saranno scatenati da questo primo episodio, di grande valenza simbolica; mentre stacca la campana dal suo sostegno Jón canta alcuni versi licenziosi all’indirizzo del re, nuovo reato per cui è punito con la fustigazione. Qualche giorno dopo, accusato di aver ucciso l’uomo che aveva eseguito la pena, viene condannato alla decapitazione. Ma la notte prima dell’esecuzione, Snaefrídur Eydalín, giovane damigella figlia del magistrato che l’ha condannato, lo libera inaugurando una serie di gesti di ribellione come protesta per non aver avuto l’uomo che ama, ovvero il dotto bibliofilo Arnas Arnaeus, un personaggio modellato sulla figura reale di Árni Magnússon, collezionista di pregevoli manoscritti attualmente conservati a Reykjavík nell’istituto a lui intitolato. Da quel gesto quasi inspiegabile si origineranno una serie di vicende e cause legali per cui andranno in rovina prima il padre di Snaefrídur, poi Arnas stesso, che autoproclamatosi difensore del popolo islandese, aveva approfittato della sua carica di commissario reale per colpire, a ragione o a torto, tutte le autorità che lo tenevano soggiogato.

La campana d’Islanda è un grande affresco in tre parti, una dedicata a Jón, l’altra a Snaefrídur, la terza a Arnas, cui fanno da sfondo tre contesti diversi: l’Islanda misera dei contadini e dei mendicanti, stroncati dalla fame a migliaia ogni primavera, la stagione in cui il fieno è finito e i pascoli non sono ancora verdi; la società bigotta e benestante dei funzionari; e la Copenaghen delle fastose feste a corte, finanziate con i proventi dei traffici islandesi.

Da questo punto di vista il romanzo è un canto di amore e di odio per la propria terra, tanto avara di frutti quanto prodiga di sventure (in aggiunta alle carestie pressoché annuali, verso la fine del libro si scatena anche una delle ricorrenti epidemie di vaiolo), terra di bellezza aspra e selvaggia, culla di una delle prime democrazie e delle prime letterature scritte in Europa se non nel mondo. Allo stesso tempo, il romanzo suona come una vibrante denuncia delle ingiustizie, che il socialista Laxness proietta nel passato per riferirsi al presente, soprattutto quando nella terza parte accenna al progetto del re di Danimarca di vendere l’Islanda ai mercanti tedeschi, dopo aver «munto la vacca a sangue».

Qualunque islandese, leggendo queste parole nel 1946, sarebbe stato in grado di cogliere l’allusione alle basi militari statunitensi: lo sottolinea anche il traduttore, Alessandro Storti nella sua postfazione: «quando sulle coste d’Islanda sorgeranno villaggi di pescatori tedeschi e stazioni commerciali tedesche, quanto si dovrà attendere prima che vi sorgano anche fortezze tedesche con comandanti tedeschi e truppe mercenarie?»
Tuttavia, questo intento sociale e civile resta sempre sullo sfondo, e non guasta nemmeno per un secondo il piacere del racconto. Ci si appassiona, così, alle peripezie picaresche di Jón Hreggvidsson, «flagellato a Kjalardalur, imprigionato a Bessastadir, condannato a morte sull’Öxará, pestato sulle strade d’Olanda, messo alla forca dai tedeschi e alla gogna a Glückstadt» eppure mai domato, anzi pronto a ricominciare, possibilmente recitando qualche verso delle sue amate rímur, le ballate tradizionali di argomento epico prodotte in Islanda fin dal XIV secolo.

Sullo sfondo dell’isola
Intanto, la bella, ricca e dotta Snaefrídur Eydalín precipita sempre più a fondo nel gorgo dell’autodistruzione, quasi a punire se stessa e il mondo intero per non essere riuscita ad avere l’unico uomo mai desiderato. Si condannerà a sposare, restandogli vicina fino alla fine, un beone scialacquatore, con «lo sguardo obliquo e torvo non dissimile da quello di un toro». E, per finire, Arnas Arnaeus, ossessionato dalle antiche carte che dimostrano la passata grandezza dell’Islanda, rinuncerà all’amore per sposare una ricca e ributtante vedova danese; e le sue amate pergamene andranno perdute nell’incendio che distrugge Copenaghen alla chiusa del libro.
Il risultato – scrive ancora il traduttore – è una «superba polifonia stilistica, che accosta le espressioni da romanzo picaresco alle pedanterie cancelleresche, al latino della Scolastica e delle discettazioni teologiche». Ma i personaggi, soprattutto, sono indimenticabili: Jón il nero, Snaefrídur la donna-elfo e Arnas l’elegante erudito, come figure di un altorilievo si stagliano sullo sfondo dell’isola, dove a desolati campi di lava e distese di fango gelido si alternano «prati in riva al mare, pendii sterposi, forre erbose, e a monte vaste lande d’erica con crinali e cascate».