Prima produzione importante del Teatro di Roma in questa tormentata stagione, che ha visto protagonisti, più che il palcoscenico dell’Argentina, le manovre, incongruenze e inaffidabilità della politica culturale romana, a cominciare dalla politica in senso stretto (sindaco in testa) per culminare nelle trame («sotto banco» come sopra «le poltrone«, per non parlare delle violenze «da corridoio» finalmente denunciate) di una compagnia di giro che risulta quanto meno poco affidabile, e «frequentabile». A cominciare dagli organigrammi che dovrebbero quel teatro «rilanciare».
Sul palcoscenico dell’Argentina invece è in scena (fino al 3 marzo) il primo importante titolo della stagione in cartellone. Massimo Popolizio è un attore di alto livello, protagonista di molti titoli importanti realizzati da Luca Ronconi, passato da qualche anno alla regia con spettacoli di spessore di cui è anche protagonista. Come accade anche stavolta, in cui ha scelto un testo complesso, solitamente poco rappresentato, ma degno di molti meriti storici: L’albergo dei poveri di Maksim Gorkij, ridotto qui per l’occasione da Emanuele Trevi. Un titolo impegnativo storicamente, perché Giorgio Strehler lo scelse nel 1947 per inaugurare in via Rovello il neonato Piccolo Teatro di Milano, e del resto il suo primo allestitore in assoluto, al passaggio tra ’800 e ’900, fu niente meno che Stanislawskj a Mosca. L’opera scava nell’anima degli ospiti di quella povera struttura di accoglienza

UN TESTO STORICO, che raramente si vede rappresentato ma che ha attratto anche grandi maestri del cinema, da Renoir a Kurosawa.
Il testo (declinato negli in vari titoli, da I bassifondi a Nel fondo) scava proprio nell’anima e nei comportamenti reciproci degli «ospiti» di quella povera struttura di accoglienza, vite che appaiono «perdute» eppure di prorompente umanità. Il loro continuo, incessante confronto , «nel bene e nel male» si potrebbe dire, è il corpo dello spettacolo. Invidie, gelosie, amori, e la lotta disperata per la sopravvivenza (materiale e «spettacolare») declinano un grande spettro di comportamenti e quindi di valori che in quei corpi provati e malvestiti si incarnano.

SU QUEL «PALCOSCENICO del mondo» si ama e si ruba, si muore e ci si perde. L’apparizione di Popolizio in quel ruolo centrale di coinvolto «visitatore», che si accanisce a voler regolare e dare senso a quel dolore e a quella vitalità, evoca la figura stessa di un «regista» sulla scena del mondo, qui disegnata da Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, mentre i costumi stracciati e significativi sono di Gianluca Sbicca, e i movimenti scenici di Michele Abbondanza. Molti gli interpreti, tra i quali si riconoscono Sandra Toffolatti, Michele Nani, e Martin Chishimba che con i suoi conflitti avvicina all’oggi quello scontro di massa per la sopravvivenza. Uno spettacolo di grande impatto, che rovescia il senso di un teatro di velluti, specchio deformato di una realtà sempre crudele, oggi come nei secoli scorsi.