Fa bene alla memoria leggere Francesco Moranino, il comandante “Gemisto” di Massimo Recchioni (Derive Approdi, pp. 190, euro 17), con prefazioni di Pietro Ingrao, Lidia Menapace e Alessandra Kersevan. Il libro ricostruisce in modo meticoloso e con fonti di prima mano un episodio del dopoguerra italiano che apparve subito «un processo alla Resistenza», come recita il sottotitolo del volume.

Francesco Moranino (1920-1971), nome di battaglia Gemisto, comandante partigiano, comunista, in carcere a Civitavecchia e a Castelfranco Emilia dal 1941 alla caduta del fascismo, già deputato della Costituente nel 1946, sottosegretario alla difesa nel terzo governo De Gasperi (1947), eletto alla Camera nel 1948 e nel 1953, sposato con Bianca Vidali (figlia di Vittorio Vidali, il mitico comandante Carlos), venne accusato nel 1953 di aver ucciso cinque persone a Portula, Biella, perché ritenute spie al servizio dei nazifascisti in un controverso episodio della guerra di Liberazione. L’inchiesta fu aperta alla vigilia delle elezioni del 1948. Il tipo di reato di cui fu imputato Moranino non faceva parte di quelli contemplati nell’amnistia firmata da Palmiro Togliatti, guardasigilli nel primo governo seguito alla fine della guerra guidato da Ferruccio Parri (giugno 1945) e nel primo governo di Alcide De Gasperi (dicembre 1945).

In continuità con il fascismo

L’episodio che coinvolge Moranino va inquadrato nel clima di restaurazione che accompagna e segue le elezioni del 1948 perse dal Fronte popolare. Recchioni cita il libro del 1984 di Guido Neppi Modona Giustizia penale e guerra di Liberazione, scritto con Luigi Bernardi e Silvana Testori, in cui si citano 1486 casi di partigiani rinviati a giudizio. L’avvio della cosiddetta «guerra fredda» cercava agli inizi degli anni Cinquanta di mettere nell’angolo chi aveva partecipato alla Resistenza nelle fila di organizzazioni legate al Pci come le Brigate Garibaldi.

L’autore inquadra correttamente il «caso Moranino» nel più ampio contesto della transizione dal fascismo alla formazione dello Stato repubblicano. Lo sguardo parte dal 25 luglio 1943, quando il re affida a Pietro Badoglio il compito di formare il governo. Agli Interni, al Ministero della Guerra e agli Esteri furono nominati tre fascisti non pentiti: Umberto Ricci, Antonio Sorice, Raffaele Guariglia. Gli episodi di «continuismo», come si sa, furono molteplici sia negli apparati ministeriali, sia in quelli periferici. Recchioni, come paradosso esemplare, cita la carriera di Gaetano Azzariti, responsabile dell’Ufficio legislativo del Ministero di Grazia e giustizia dal 1927 al 1949, presidente del Tribunale della Razza, ministro di Grazia e giustizia del primo governo Badoglio, poi entrato a far parte della Corte costituzionale nel 1957 di cui diventerà addirittura presidente.

Il 27 gennaio 1955, durante il governo guidato dal democristiano Mario Scelba, la Camera – con una maggioranza di centrodestra – vota a favore dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Moranino su richiesta della Procura di Torino che aveva indagato sui fatti di Portula. Va annotato che quella nei confronti di Moranino fu la prima autorizzazione all’arresto di un parlamentare della Repubblica e restò l’unica fino al 1976. Relatore di maggioranza contro Moranino, piccola curiosità, già nel 1950 fu Oscar Luigi Scalfaro, futuro presidente della Repubblica, che motivò la richiesta dell’autorizzazione a procedere riscontrando nella ricostruzione dei fatti «l’assenza di ogni sospetto di persecuzione politica». Sconfitti nel 1950, gli accusatori di Moranino riproposero la richiesta di autorizzazione a procedere nel 1953 e l’ebbero vinta due anni dopo.
Fa impressione leggere gli interventi di Giancarlo Pajetta e Riccardo Lombardi nel corso del dibattito nell’Aula della Camera in cui si chiede l’autorizzazione a procedere nei confronti di Moranino. I due leader antifascisti del Pci e Psi difendono il comandante partigiano. Dice Pajetta, dopo aver ricostruito alcuni episodi della guerra partigiana: «Complice e istigatore, dunque, io sono di Franco Moranino, perché, fin dall’autunno 1943, fui ad Ivrea, a Biella e salii per le sue stesse montagne». Lombardi parla delle circostante eccezionali in cui si svolsero gli avvenimenti sotto accusa: «Non possiamo trascurare il fatto che l’onorevole Moranino è imputato di fatti commessi non in qualunque guerra, ma nel corso di quel particolarissimo tipo di guerra che è la guerra partigiana».

Il 22 aprile 1956, mentre Moranino si era rifugiato all’estero (trascorse un periodo anche a Cuba), il processo svoltosi in contumacia a Firenze decise la condanna all’ergastolo. La sentenza fu confermata dalla Corte d’Assise d’Appello nel 1957. Nel 1958 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi decretò la commutazione della pena in dieci anni di reclusione. Il «caso Moranino» si concluse definitivamente il 27 aprile 1965, quando Giuseppe Saragat concesse la grazia all’ex comandante partigiano (le cronache del 1964 raccontano che il Pci fece confluire i propri voti sulla candidatura di Saragat al Quirinale dopo aver ricevuto assicurazione sull’atto di clemenza). Moranino è rieletto parlamentare a Vercelli nelle elezioni del 1968. Muore nel 1971 a causa di un infarto.

Il libro di Recchioni, riproponendo il «caso Moranino», riapre la discussione sulla transizione italiana dal «regime reazionario di massa» (come Togliatti amava definire il fascismo per segnalarne l’ampia base di consenso) alla democrazia. Non si tratta di rispolverare la vecchia querelle sulla «Resistenza tradita» perché non fu seguita dalla «rivoluzione proletaria». Il volume in questione aiuta più modestamente a porsi il problema di come fu possibile che alcuni protagonisti della Resistenza diventassero pochi anni dopo degli «imputati». Cosa accadde nel periodo della transizione? Perché ancora oggi, per esempio, fascismo e Resistenza non si studiano nelle scuole superiori?

La moralità rimossa

Il libro di Recchioni rimanda infine a questioni di enorme rilevanza teorica nello studio sulla Resistenza: il problema della violenza nel contesto bellico, il rapporto tra politica e morale, la commistione tra guerra patriottica e guerra di liberazione, il codice d’onore di chi partecipò a quella guerra da una parte e dall’altra della barricata. Temi tuttora aperti e sui quali latita la cultura di sinistra lasciando ampi varchi al revisionismo storico. Da questo punto di vista, resta punto di riferimento imprescindibile il libro di Claudio Pavone Una guerra civile, uscito nel 1991 per le edizioni Boringhieri, che aveva come sottotitolo Saggio storico sulla moralità nella Resistenza. In quell’occasione si aprì un dibattito di grande interesse nella sinistra italiana per le tesi storiografiche non scontate che Pavone proponeva. È giusto avere nostalgia per quel confronto.