A Giorgia Meloni quegli otoliti devono essere sembrati provvidenziali: di rinvio in rinvio la avevano esonerata dal doversi presentare di fronte al plotone dei cronisti con la manovra non ancora approvata, a un soffio dall’esercizio provvisorio. La mela però era avvelenata, la provvidenza si è mutata in malasorte e la presidente arriva al fluviale appuntamento con la stampa nella condizione peggiore.

Il monito di Mattarella su balneari e ambulanti è un guaio di prima categoria. Il presidente fa sponda con l’Europa. Lui ci mette il peso morale della massima istituzione, con la quale la premier non ha intenzione né interesse a confliggere. Bruxelles invece va sul concreto e salvo miracoli farà scattare la procedura d’infrazione sui balneari. I colloqui per evitare la mazzata sono in corso, però vanno malissimo e l’Unione, già inviperita per il Mes, guarda la mediazione sulla quale punta il solito belpaese come fosse uno scarafaggio. Poi sarà il turno degli ambulanti e la musica sarà identica. Dodici anni di proroga ai governanti sembrano niente, sul Colle e a palazzo Berlaymont appaiono invece un’enormità.

Il fattaccio di capodanno è anche peggio e il deputato di FdI Pozzolo ha provato ad aggravare il danno impugnando l’immunità parlamentare come scudo contro le analisi che avrebbero appurato se è sincero o mente quando afferma di non essere stato lui a premere il grilletto. Alla fine sembra che l’analisi sia stata effettuata, ma non subito, e che i vestiti siano stati analizzati ma non consegnati. Un pasticcio più da marchese del Grillo e campione della Casta che da rappresentante del popolo.
In un caso simile persino Ron De Santis si sarebbe affrettato a mettere l’incauto pistolero alla porta. Meloni non lo ha ancora fatto e non è detto che lo faccia. Schiuma rabbia, è irritata per usare un eufemismo però a frenarla c’è la solita sindrome del Msi, il partito del ghetto, circondato da nemici, in cui si fa sempre e comunque quadrato. La reazione a sparo caldo dell’ospite sottosegretario Delmastro, con un assurdo tentativo di minimizzare, e quella del partito, che se la vorrebbe cavare col «fatto di cronaca e non di politica», riflettono umori radicati in un passato ormai atavico, quello della Fiamma, che la premier in realtà condivide. Dunque lascia correre le lancette senza fare quel che sarebbe dovuto nel suo stesso interesse: esortare alle dimissioni e in caso di diniego sospendere o espellere.

Sui balneari, in fondo, il dilemma è identico. La premier è ben consapevole di quanto sconsigliabile sia l’urto con un presidente molto amato nel Paese e da lei stessa appena omaggiato dopo il discorso di fine anno. Sa che è ancora meno opportuno sfidare di nuovo l’Unione europea dopo lo strappo sul Mes, che sul piano della sostanza neppure si avvicina a pareggiare la resa ingloriosa sul patto di stabilità ma su quello dell’immagine quasi la supera. Però non se la sente di sfidare una corporazione che è da sempre parte del suo zoccolo duro e soprattutto di lasciare campo libero al Carroccio, che invece se vede una possibilità di scontro con l’Europa e non c’è di mezzo Giorgetti si butta a pesce. «Figurati se lasciamo tutto questo spazio alla Lega», ammettono senza perifrasi dai piani alti della palazzina tricolore a Bruxelles. Se proprio si dovrà intervenire lo si farà a giugno. Dopo le elezioni europee.

È l’eterno problema della underdog, che vorrebbe essere una statista europea di destra ma non ha il coraggio di rompere i ponti con il passato nel ghetto o di fregarsene della competizione d’accatto con la Lega. Ma se non lo trova la conferenza stampa di domani rischia di trasformarsi per lei in una corrida.