Quella descritta da Binyavanga Wainaina in Un giorno scriverò di questo posto (tradotto in Italia dalla casa editrice 66th&2nd e recentemente presentato al Festivaletteratura di Mantova) è la storia di un ragazzino africano tra tanti, nato a Nakuru, Kenya, agli inizi degli anni Settanta, che un giorno si innamora della parola e ne fa il suo credo, la sua grande passione e unica missione, la sua lente per guardare e interpretare il mondo. Attraverso questa lente e in una carrellata di luoghi, eventi e personaggi nell’arco degli ultimi quarant’anni, sono tante le Afriche ritratte da Wainaina, dall’Uganda sanguinolenta di Idi Amin al Ruanda del genocidio, dal Sudafrica multietnico e acceso di speranze dall’elezione di Nelson Mandela al Kenya tribalizzato di Moi, in una mescolanza di lingue e linguaggi diversi – anche musicali – che ne catturano e trasmettono il ritmo come una «rumba congolese che ti scende nelle viscere come miele caldo».

«Un giorno scriverò di questo posto» è un’autobiografia ma, al tempo stesso, è il suo primo romanzo, un’opera di ampio respiro. Lei ha a malapena raggiunto i quarant’anni. Perché un’autobiografia a questa età? Qual è il luogo del titolo che lei intende raccontare e quando ha preso la cosciente decisione di farlo?

L’opera non è nata affatto come un’autobiografia, né avevo mai avuto intenzione di scriverne una. Il libro è venuto da sé, sviluppando quello che era un mio racconto giovanile, con il quale avevo vinto il Caine Prize nel 2002 (

Discovering Home). Tutto è nato da una combinazione di eventi. Ero tornato in Kenya dal Sudafrica in seguito alla morte di mia madre, avevo già provato a scrivere un romanzo, ma nulla di consistente o soddisfacente ne era venuto e, in contemporanea, c’era questo tentativo appena intrapreso di scrivere racconti di viaggio per il National Geographic.
In quel periodo io e la mia generazione stavamo vivendo un momento molto particolare, di rapidi cambiamenti e sempre più rapidi spostamenti nel tempo e nello spazio, inoltre mi piaceva l’idea di parlare al tempo presente e in prima persona, di avere uno spazio in cui giocare e sperimentare. Soprattutto, volevo esplorare le possibilità della lingua…Pian piano tutto questo ha preso forma in una sorta di opera autobiografica, ma nulla di commemorativo o definitivo!

La narrazione procede a suon di musica ed è permeata da un fascino profondo per la parola e il linguaggio, per tutte le lingue che lei parla e capisce (a proposito, quante e quali sono?) ma anche per quelle che non conosce, le lingue che animano il Kenya e l’intero continente, trasmettendone un ritmo ibrido, sincopato e vibrante. Quando è iniziato questo amore quasi morboso per la parola e in che modo ha influenzato il suo percorso di studi e la sua carriera?

Purtroppo parlo solo inglese e swahili, ho studiato un po’ di francese, ma non conosco la lingua di mia madre né il kikuyu di mio padre. I miei genitori provenivano da paesi diversi, quindi in casa parlavano inglese tra loro e con noi figli. La mia lingua madre è sempre stata questa.
Per noi africani, la comprensione o almeno la convivenza tra molte lingue è un fatto naturale; in qualunque parte del continente ci si sposti, a parte pochissime eccezioni, tutte queste lingue sono parte di te. Anche se non le capisci, devi interagire con esse e sviluppare un modo per renderti visibile e farti capire, devi sempre avere ben chiaro con chi stai comunicando e per quiale motivo…
In quanto poi al mio amore assoluto per la parola è venuto da sé sin da quando ero molto giovane, appena scoperta la letteratura ho iniziato a divorare libri trascurando anche lo studio: il mio impegno universitario è andato a rotoli e, a un certo punto, non sarei più stato in grado di fare null’altro.

Il libro è un racconto accorato del Kenya postcoloniale e della sua instabilità politica, della sua complessità, dei suoi tribalismi e conflitti etnici, della sua lunga lotta verso un’identità nazionale indipendente che, apparentemente, non è ancora stata raggiunta. Da alcuni anni tuttavia lei vive negli Stati Uniti, che immagino le garantiscano una più vasta gamma di possibilità e prospettive: che cosa è cambiato in questi anni in rapporto alla sua scrittura e al suo ruolo di scrittore impegnato, come molti la definiscono?

Assolutamente nulla! Ho trascorso gli ultimi anni a New York come direttore del

Centro di Lingue e Letterature Africane Chinua Achebe presso il Bard College, ma il fatto di risiedere oltreoceano qualche mese l’anno non ha fatto molta differenza per me. Spiego meglio: è stata senz’altro un’esperienza importante, soprattutto per le conoscenze che mi ha permesso di fare e la maggior visibilità che ha dato alla mia rivista (Kwani?, fondata dallo stesso Wainaina nel 2003 e dedicata a scrittori africani emergenti), e poi insegnare là mi lasciava anche molto più spazio per la scrittura, dato che a Nairobi – come editore – devo sempre far fronte a mille problemi quotidiani e contingenti.
Da molti anni ormai il mio (e nostro) lavoro circola in rete e sulla rete varca confini nazionali e continentali con una grande rapidità, quindi che io fossi a New York o Nairobi non faceva una grande differenza, e con la posta elettronica ero molto più in contatto con la mia famiglia e con i miei collaboratori di quando, ad esempio, non vivessi in Sudafrica da studente negli anni Novanta.
Ora, in realtà, non vivo più negli Stati Uniti, quell’esperienza si è conclusa e dall’inizio di quest’anno sono tornato in Kenya.

E quali sono i suoi progetti futuri?

Non ho ancora un piano preciso, a dire il vero, sto lavorando ad un romanzo e a qualcos’altro che non so ancora cosa sia… La rivista ormai dopo dieci anni cammina sulle sue gambe e io vorrei dedicarmi ad altro, mi piacerebbe fondare una casa editrice indipendente panafricana per pubblicare popular fiction, letteratura erotica o di viaggio magari…L’idea è quella di metter su casa a Nairobi, e da lì fare base da e per il mondo, siamo nell’epoca della scrittura e comunicazione globale, no?

Già, a tal proposito, ho letto che qualche tempo fa lei ha declinato una nomina importante come quella di «Giovane Leader globale». Perché l’ha fatto? Non pensa che questo avrebbe potuto dischiuderle nuove porte e perché no anche garantirle una certa notorietà in minor tempo?

Certo, ma questo avrebbe avuto un costo molto alto: a tutti, soprattutto se giovani, squattrinati e con aspirazioni artistiche, farebbe piacere diventare di colpo ricchi, famosi e riconosciuti, e io stesso non sono immune da questi sogni di fama e successo, ma io sono prima di tutto uno scrittore, e per questo voglio rimanere libero, indipendente e creativo. L’essere etichettato e, in un certo qual modo «canonizzato», implica sempre e comunque una costrizione…

Sempre riguardo alle etichette, lei rifiuta la definizione di «afropolita» (come alcuni giovani scrittori africani della sua generazione espatriati oltreoceano hanno iniziato a definirsi), preferendo piuttosto la definizione di Pan-africanista. Perché?

Non che in realtà mi riconosca esattamente in nessuna delle due, ma a mio avviso quella di «afropolita» è un’etichetta troppo superficiale ed esteriore. Mi fa pensare ad una certa cerchia di espatriati un po’ snob che vivono nelle metropoli occidentali, da Londra a New York, frequentano le migliori università, vincono premi prestigiosi e magari vogliono riscoprire la loro «africanità» attraverso certi (costosi) cibi, capi d’abbigliamento o prodotti cosmetici. Insomma, mi pare più legata all’apparenza che alla sostanza.
Io, invece, mi sento molto più cosmopolita e libero a Johannesburg e Nairobi che non a Londra o New York, che in un certo senso ti limitano e ti costringono sempre a un certo ruolo o a una certa precisa posizione, all’interno della città. Il pan-africanismo invece è ancora avvertito in maniera positiva dagli africani, sia in patria che nella diaspora, è davvero trasversale e transnazionale, è di certo più concreto dell’afropolitismo e si sporca le mani, e anche se ha tradito in parte le sue promesse offre ancora spiragli positivi per il futuro.

All’inizio del libro, lei ringrazia, tra gli altri, Chimamanda Ngozi Adichie e Chris Abani, con cui condivide la giovane età, la scrittura appassionata e uno sguardo, al tempo stesso, interno ed esterno sui vostri paesi di origine. È in contatto con alcuni di questi scrittori e avverte una connessione o comunione di intenti nelle vostre opere?

Conosco appena Abani ma, da diversi anni, sono in contatto frequente e costante con Chimamanda che, oltre ad essere un’amica è una fonte di suggerimenti e consigli sulla mia scrittura.
Anche lei, come me, sta mettendo su casa nel suo paese d’origine, a Lagos, e siamo entrambi molto impegnati nell’editoria, per far sì che i diritti sulle nostre opere rimangano in Africa e quindi contrastare il monopolio dei grandi editori multinazionali. C’è una rete molto attiva e vitale tra gli scrittori della nostra generazione, che va dal Kenya alla Nigeria al Sudafrica ma che varca anche l’oceano, dobbiamo costruire un continente e questo richiede molta cura, attenzione e dedizione.