Come prima, peggio di prima. I leader della destra invocano e promettono unità, poi ricominciano ad azzuffarsi. Forse è inevitabile: le vittorie compattano, le sconfitte disgregano. Sempre, anche quando a provocare la disfatta sono proprio le lacerazioni interne. Tanto stridenti, tanto insopportabili che gli elettori del centrodestra hanno preferito non solo l’astensione ma in un ragguardevole numero di occasioni il voto secco per gli avversari.

«Basta litigi», tuona dunque Giorgia Meloni che assicura di essere «insoddisfatta» dal risultato elettorale e chissà perché, allora, parla col piglio e col cipiglio di Cesare al ritorno dalla Gallia. «Prima di tutto in Sicilia» aggiunge e si traduce con l’ordine di accettare la ricandidatura di Musumeci, osteggiata dagli alleati peraltro per interessi di potentato locale, mica di elevata politica. Per agevolare la concordia Meloni spinge sulla candidatura di Letizia Moratti in Lombardia: per Salvini un paio di coltellate sarebbero meno ostili. «Io sono a disposizione ma decidono i partiti» cinguetta l’assessora.

Fontana, il presidente attuale, invece non è a disposizione. Lo blinda Salvini inferocito: «Non si tocca». «Se come uscente è intoccabile, allora lo è anche Musumeci. Altrimenti si azzera tutto e decide chi ha più voti», fa sapere di rimando l’amica Giorgia, quella «con più voti». Come festosa ricomposizione non c’è male. Proprio la candidatura in Sicilia sarà il momento della verità. Nel quartier generale tricolore non la mandano a dire: «Senza l’accordo salta tutto, ognun per sé e noi da soli valiamo il 50% della coalizione».

E fosse solo questione di Lombardia e Sicilia. Sul gioco al massacro delle accuse e delle controaccuse va persino peggio. Dopo il silenzio notturno la prima ad aprire il fuoco è sorella Giorgia. Sa di essere la principale imputata: il suo slogan potrebbe essere «il partito è tutto, la coalizione niente». Dunque azzanna per prima. Rivendica una quasi-vittoria, come se la politica fosse un pallottoliere, «siamo passati da 54 a 58 comuni, la sinistra da 56 a 53: dov’è la tua vittoria, Letta?». Poi passa alla mazza ferrata: «Il centrodestra deve fare una riflessione sul tempo che ha speso in polemiche interne. Se sei tu il primo a dire che si perde è difficile che gli elettori credano nella vittoria. Bisogna ricordarsi che l’avversario è sempre la sinistra, mai il partito alleato».

La leader di FdI chiede il vertice «il prima possibile». Salvini, bersagliato per aver attaccato Sboarina «addirittura a urne aperte», replica: «Per me vediamoci anche domani. Non si possono perdere città importanti perché il centrodestra si divide per paura, calcolo o interesse di parte». Ma il leghista non deve vedersela solo con l’offensiva esterna della sorella d’Italia. La caduta di Verona lo espone più che mai agli strali del partito veneto, che si appresta a chiedere il congresso. «Aspettiamo i ballottaggi», aveva sentenziato il governatore Zaia dopo il primo turno, quando si chiedeva a gran voce che il segretario si presentasse per chiarire la linea di qui alle elezioni.

I ballottaggi sono andati peggio delle peggiori previsioni ma il disastro di Verona è un punto debole anche per Zaia. Era tra i grandi sponsor di Sboarina e si è mosso tiepidamente a favore dell’apparentamento fallito con Tosi. Ma la posizione del Capitano traballa sempre di più. Ieri ha incontrato Fontana con Giorgetti, anche per celare la distanza crescente tra lui e il ministro. Se la ricandidatura del governatore lombardo dovesse finire in discussione sarebbe la slavina.

Parlano tutti, si beccano tutti. Tace, cupo e contrariato, solo Berlusconi, che convoca in tutta fretta il reggente Tajani e i capigruppo Barelli e Bernini. Forse proprio lui è il più imbufalito. La rotta di Verona è in fondo responsabilità del partito azzurro, che ha scelto di sostenere Tosi contro Lega e FdI. Ma soprattutto pesa la sconfitta di Monza. Si sa come è fatto il Cavaliere: si era speso di persona con tanto di comizio conclusivo, ci aveva caricato anche l’atout della squadra. Il risultato brucia come una ferita infetta. A vertice finito Berlusconi diffonde un video messaggio: «Il centrodestra vince solo quando è unito. Mi farò promotore di un confronto con gli alleati in vista delle politiche».

Non un incontro mordi e fuggi: un conclave di un’intera giornata almeno. Insomma, il leader di Arcore prova a mettere in campo l’unico federatore di cui si fidi: se stesso.