Pensate a un telescopio. Un telescopio gigante, come non l’avete mai visto. E non l’avete mai visto perché non esiste ancora. Un telescopio con uno specchio di 30 metri di diametro. Sarà uno dei due telescopi ottici più grandi del mondo. Si chiama il Thirty Meter Telescope (Tmt) e dovrebbe essere costruito alle isole Hawaii, e più precisamente sul monte Mauna Kea, il paradiso delle osservazioni astronomiche per le sue condizioni atmosferiche, per l’aria asciutta e pulita, priva di turbolenze, sempre al di sopra della cappa di nubi e senza inquinamento luminoso. E dagli anni 60 questa cima, un vulcano addormentato sacro per la mitologia hawaiana, è sede di 13 telescopi.
LA SETTIMANA SCORSA, dopo anni di dispute legali, sarebbero dovuti ricominciare i lavori di costruzione di questo gioiello della tecnologia, che permetterebbe di ottenere immagini 12 volte più nitide di quelle dello storico telescopio spaziale Hubble e di vedere oggetti celesti che oggi sono molto complicati da osservare, come le prime galassie e le prime stelle che si sono formate nell’universo, o qualche pianeta attorno ad altre stelle. Ma un gruppo di hawaiani nativi (kupuna) sta impedendo ai camion di raggiungere la vetta per iniziare i lavori. È dal 2015 che a forza di ricorsi la popolazione indigena ha cercato di bloccare i lavori. E come spesso accade in questi casi, c’è un mix di motivi: la costruzione dei telescopi e delle relative strade per raggiungerli svilisce la sacralità del luogo, inquina e i telescopi sono, dopo tutto, un ulteriore simbolo della colonizzazione occidentale. Più che per il telescopio in sé, al centro del problema si trova ancora una volta il modo di relazionarsi della scienza con la società.
La comunità hawaiana si lamenta che chi ha deciso di istallarsi a Mauna Kea lo ha fatto senza sforzarsi di conoscere la cultura locale, il significato simbolico del luogo, le esigenze di chi ci vive e la storia del colonialismo selvaggio sull’isola, ben raccontato dall’hawaiana Trisha Kehaulani Watson-Sproat sulla rivista Vox.com questa settimana. Negli anni 60 bastava l’autorevolezza dell’astronomia, oggi è necessario affrontare le inquietudini della comunità locale.
Dopo che varie corti avevano bloccato la costruzione, qualche mese fa l’ultima decisione giudiziaria aveva sbloccato i permessi, con l’impegno che fosse l’ultimo telescopio a essere costruito sulla montagna, che i 13 esistenti venissero smantellati e che alla fine dei lavori venisse ripristinato l’ecosistema. I fautori del telescopio sostengono che quasi il 70% degli hawaiani sono a favore e che il nuovo telescopio porterà sviluppo tecnologico e scientifico.
Pedro Russo, professore di astronomia e società all’Osservatorio di Leiden crede che «una gran parte della popolazione hawaiana si senta tagliata fuori dalla decisione. «Le voci locali non sono state ascoltate – afferma – La comunità locale va coinvolta nel processo decisionale dall’inizio. Ed è essenziale condividere la conoscenza e i processi con gli abitanti».
Secondo Russo, un buon esempio è quanto accaduto durante la costruzione del Southern African Large Telescope, in cui si disegnò un programma di coinvolgimento della comunità per migliorare la loro qualità di vita. Sempre in Sud Africa, come ha raccontato nella conferenza Esof dell’anno passato Viviane Rowland, del team di comunicazione del South African Radio Astronomy Observatory, quando venne lanciato il progetto per il radiotelescopio Ska non tutti erano felici del progetto. «Ma lo sforzo di assumere il loro punto di vista ci ha garantito di poter portare avanti il processo con successo».
LA RESPONSABILE della comunicazione del telescopio Alma in Cile Valeria Foncea è d’accordo: quando negli anni 2000 ottennero dal governo le terre nel deserto di Atacama per costruire la rete di nuovi radiotelescopi, decisero di consultare, senza che fosse necessario legalmente, la comunità indigena atacameña per chiedere il loro consenso. «Che loro ci hanno dato perché si trattava di un’opera scientifica e non di lucro, orientata al bene dell’umanità», spiega. Oltre a questa iniziativa, sono stati creati fondi per finanziare progetti di sviluppo sociale.
A Mauna Kea le cose non stanno andando così lisce. 35 manifestanti – molti ultraottantenni – sono stati arrestati e il governatore ha mandato la guardia nazionale per permettere l’avvio dei lavori.
Questo è troppo persino per molti scienziati, come la fisica teorica femminista e attivista lgbtq Chanda Prescod-Weinstein, che implora una pausa per trovare consenso: «cambierà per sempre il modo in cui il mondo guarda all’astronomia, se ci sarà una risposta militarizzata e poliziesca alla popolazione indigena, in disaccordo con le modalità con cui gli astronomi vogliono usare quelle che dobbiamo ammettere essere le terre tradizionali dei Kanaka ‘Oivi, gli hawaiani nativi».
Anche un’altra lettera aperta, firmata da 500 fra astronomi professionisti e studenti, mette in discussione «i metodi attraverso i quali stiamo portando il telescopio su una montagna», chiedendosi «se la speditezza deve passare per la violazione del consenso e per l’uso della forza degli apparati della violenza dello stato».
QUESTE ENERGICHE quanto poco abituali prese di posizione evidenziano come anche all’interno della comunità scientifica stia nascendo una nuova sensibilità nella gestione del rapporto con la società. Nove direttori dei telescopi sulla montagna hanno pubblicato una lettera in cui fanno sfoggio del rispetto alla comunità locale e si augurano «un futuro in cui la conoscenza e le visioni del mondo possano ibridarsi per creare una realtà più bella e resiliente».
Secondo i piani, il Tnt dovrebbe essere pronto nel 2027. Dato che il secondo grande telescopio ottico, l’Extremely Large Telescope (Elt) verrà costruito in Cile, nell’emisfero sud, se gli indigeni hawaiani vincono la loro battaglia, è già pronto un sito di riserva nell’emisfero nord. Si tratta di Roque de los Muchachos, sull’isola canaria della Palma, altro storico sito astronomico.
NOTIZIARIO SCIENZA
Nei secoli scorsi, il clima ha subito variazioni, determinate da eventi geologici (eruzioni vulcaniche). Era cambiato in modo disuniforme da una regione all’altra del pianeta: dall’anomalia climatica del medioevo alla «piccola era glaciale» del secondo millennio, le variazioni hanno avuto picchi differenti in luoghi diversi. L’attuale riscaldamento climatico invece riguarda il 98% della Terra, secondo uno studio pubblicato sulla rivista «Nature» dal consorzio di ricerca Pages 2K. Per ottenere misure affidabili sulla temperatura degli ultimi duemila anni, i ricercatori hanno incrociato metodi di analisi diversi tra loro. Ciò rafforza l’ipotesi dell’origine artificiale del riscaldamento e dell’eccezionalità rispetto a eventi analoghi avvenuti negli ultimi due millenni. (a. c.)
Chandrayaan-2, missione Luna
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