Il governo non ha intenzione di permettere agli impianti da sci di aprire prima del nuovo anno. Il no sarebbe stato ribadito nella conferenza Stato-Regioni di ieri, anche se nei giorni precedenti tanto la categoria quanto i governatori dell’arco alpino avevano espresso il proprio malcontento.

«Il settore vale 1,2 miliardi di fatturato annuo, sono 400 aziende che rappresentano 15mila lavoratori» aveva sottolineato in primo luogo la rappresentante delle aziende Valeria Ghezzi, incassando il sostegno dei governi locali. Il fronte unito in favore delle vacanze sulla neve si era tradotto in un protocollo sulla riapertura condiviso dalle Regioni già martedì «e se si chiude, si deve ristorare» ha chiosato ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia.

In questa direzione, qualcosa si muoverà: tanto Boccia per gli Affari regionali, quanto Gualtieri per l’Economia, hanno assicurato che i fondi ci saranno, e saranno compresi all’interno del budget di 8 miliardi approvato con il nuovo scostamento di bilancio.

Le amministrazioni dell’arco alpino tuttavia non ritengono sufficienti le rassicurazioni e quantificano il danno da mancata apertura degli impianti in 20 miliardi di euro.

«Lo sci non è uno sport o un divertimento – aggiunge Ghezzi-. Si tratta di un’attività che genera un indotto 8 volte superiore e comunque ci si dimentica troppo facilmente della condizione dei lavoratori del settore, in gran parte precari. Ma perché se si tengono aperti gli esercizi commerciali noi dobbiamo rimanere chiusi?».

In questa incertezza, chi rischia di rimanere indietro sul fronte delle tutele sono proprio i lavoratori.

Circa due terzi sono assunti con contratti stagionali «perché i dipendenti a tempo indeterminato bastano a coprire il fabbisogno della stagione estiva, ma in una stagione invernale “normale” i caroselli devono incrementare di parecchio gli addetti agli impianti – spiega Stefano Montani, della Filt Cigl del Trentino-. Per esempio noi abbiamo 1300 lavoratori, gli stagionali sono circa 800. Il problema è che già lo scorso marzo la stagione è finita prima, quindi molti degli assunti hanno terminato il proprio contratto in anticipo. In Trentino esiste un fondo di solidarietà che ha permesso di ritardare il ricorso alla disoccupazione, ma non è così nel resto d’Italia. E comunque, il problema è che al momento le aziende del settore non hanno ancora assunto nessuno, stante questa situazione d’incertezza».

Niente assunzioni significa impossibilità di accedere alla Naspi, e comunque anche chi ha beneficiato di un contratto vive sotto la spada di Damocle dello stop prolungato.

«In Alto Adige il settore è rappresentato da 3mila addetti, 2mila circa gli stagionali – racconta Anita Perkmann, del sindacato sudtirolese-. Da noi ci sono impianti in ghiacciaio che hanno già iniziato a lavorare, ma tutto rischia di fermarsi. Anche gli stagionali già assunti, a breve potrebbero rimanere a casa».

Per ora Piemonte, Lombardia e Trentino hanno stanziato dei fondi per dare comunque il via all’innevamento delle piste: la Provincia Autonoma di Trento ha erogato 5 milioni di euro «valgono il 15-20% delle spese annuali allo scopo – ricorda Ghezzi-. Altrimenti i cannoni non si sarebbero nemmeno accesi, ma gli albergatori sanno che le vacanze di Natale si vendono se c’è la neve».

E se in prospettiva sono in molti a concordare sul fatto che il turismo legato agli sport e alle attività invernali debba differenziarsi ed emanciparsi dallo sci alpino, nel breve ci sono in Italia 12mila maestri di sci e 400 scuole che rischiano di non lavorare.

Tornando al Trentino, che vale un quarto dell’offerta nazionale, si stimano 170mila iscrizioni in meno solo fino a Natale. Il danno relativo alle mancate vacanze si somma a quello dei corsi per gli istituti, tendenzialmente annullati per questo anno scolastico.

Infine ci sono i rifugi, già penalizzati da una stagione estiva che li ha visti lavorare con capienze ridotte e norme di distanziamento sociale difficili da applicare in strutture spesso non adatte allo scopo.

«In inverno non si possono far mangiare le persone all’aperto, le giornate sono più corte e il maltempo può avere conseguenze importanti – ricorda Riccardo Cristoforetti, presidente del Cai bolzanino-. La funzione primaria di un rifugio è garantire riparo in caso di necessità. Ma se gli impianti non apriranno, dalle nostre parti rimarranno chiusi 23 rifugi su 24».

Se al momento il quadro della situazione non consente di ipotizzare aperture in Alto Adige come nel resto d’Italia, sul versante opposto Austria e Svizzera manifestano invece l’intenzione di non chiudere.

Se all’interno dell’Ue Vienna riuscirà a imporsi, al danno economico inferto dalla pandemia rischia di sommarsi quello legato a una concorrenza al di fuori delle regole consuete di mercato.

Ed è per questo motivo che ieri i governatori hanno insistito al tavolo con lo Stato: se gli impianti rimarranno fermi in Italia, si chiudano anche le frontiere al turismo transfrontaliero.