Agli inizi di dicembre, per iniziativa dell’archeologa dell’Università di Aarhus Rubina Raja, si è svolto presso l’Accademia reale danese di scienze e lettere di Copenaghen un incontro internazionale che ha riunito molti dei più importanti specialisti di Palmira. Il convegno aveva l’obiettivo di stilare un bilancio degli studi concernenti la città greco-romana nell’ultimo decennio, soprattutto in considerazione della guerra in Siria e delle massicce distruzioni del patrimonio perpetrate dallo Stato Islamico tra il 2015 e il 2017. Al colloquio ha partecipato anche Annie Sartre-Fauriat, storica dell’antichità, docente emerita dell’Università di Artois e autrice – fra gli altri libri dedicati con Maurice Sartre a Palmira – del recente volume Aventuriers, voyageurs et savants. À la découverte archéologique de la Syrie- XVIIe – XXe siècle (Edizioni Cnrs). Prendendo spunto dalla sua conferenza in Danimarca, abbiamo dialogato con Sartre-Fauriat sul futuro di Palmira.
«L’avvenire di Palmira dipende dalla fine del sanguinoso conflitto che ha arrecato innumerevoli lutti alle famiglie siriane, gettato nel caos e nella miseria i sopravvissuti e colpito profondamente, talvolta provocando accesi contrasti al suo interno, la comunità scientifica internazionale – dice la studiosa. È auspicabile che le ricerche sul campo riprendano ma, per ragioni etiche, si dovrebbe attendere un cambio di governo in senso democratico».
A questo proposito, Sartre-Fauriat deplora l’attitudine di alcuni colleghi afferenti a prestigiose istituzioni accademiche europee, i quali – soprassedendo alle violazioni dei diritti umani e ai crimini di guerra nella Siria di Bashar al-Assad – contribuiscono, con la loro presenza sul terreno, a sostenere il regime e a diffondere l’immagine (non veritiera) di un paese ormai pacificato.

Annie Sartre-Fauriat (foto di Maxime Sartre)

In che condizioni versa la «città carovaniera» dopo un decennio di ostilità, distruzioni e saccheggi?
Lo stato di conservazione del sito è senza dubbio una questione cruciale, alla quale bisognerebbe rispondere rifuggendo da manipolazioni politiche. Alla difficoltà di ottenere dati oggettivi si aggiunge la minaccia della ricostruzione avventata delle architetture antiche, gravemente danneggiate sia dalla violenza dell’Isis che dagli «effetti collaterali» della guerra. Purtroppo, malgrado le raccomandazioni della comunità scientifica internazionale, la Direzione generale delle antichità e dei musei siriani (Dgam), incalzata dagli alleati russi che hanno reso Palmira una roccaforte della propaganda in favore di al-Assad, ha intrapreso il «restauro» di alcuni monumenti.
Si tratta del grande Arco che congiunge due tratti della maestosa strada colonnata e della Fonte Efqa. Ma la Dgam sembra anche intenzionata a ricostruire il Tempio di Bel, quasi integralmente polverizzato dagli esplosivi dello Stato Islamico. Tutto ciò nella prospettiva di attirare nuovamente nel Paese frotte di turisti stranieri con la loro moneta sonante. La medesima istituzione culturale governativa, tuttavia, non ha mosso un dito per sgomberare il campo militare russo installato nella necropoli settentrionale di Palmira. Per di più, la Dgam continua a screditarsi millantando il recupero di oggetti archeologici razziati, che in realtà sono dei clamorosi falsi.

Cosa dovremmo aspettarci dalla ripresa degli scavi?
Dagli inizi del XX secolo, molte cose prima nascoste sotto la sabbia sono state riportate alla luce e studiate dagli specialisti: un teatro, tombe, templi, chiese paleocristiane, case, mosaici, mercati e un complesso militare (il cosiddetto campo di Diocleziano, ndr). La recente e magistrale opera di sintesi di Michal Gawlikowski illustra quanto le differenti missioni archeologiche, tra cui quella polacca, hanno permesso di apprendere fino ad oggi su Palmira. Eppure, dopo cent’anni di esplorazioni scientifiche – alle quali hanno partecipato numerose squadre composte da archeologi, epigrafisti, storici e storici dell’arte – nel 2011, alla vigilia del conflitto, solo il 20% del sito era stato indagato.

Il rilancio delle ricerche archeologiche, dunque, favorirebbe la scoperta di aspetti inediti…
Proprio così. Rimangono da documentare i periodi antecedenti la conquista romana poiché Palmira – al contrario di ciò che comunemente si crede – non è sorta nel I secolo d.C. ma era abitata fin dalla Preistoria. Nuovi scavi e non dei semplici sondaggi nell’area del Tempio di Bel potrebbero ad esempio ampliare le nostre conoscenze sul II millennio, e anche oltre. È infatti in quel punto, a est del wadi (letto di fiume, ndr), che si trovava il primo insediamento sul quale, in epoca ellenistica, venne edificato il suddetto tempio.
Questo era dedicato a Bol, divinità originaria dell’oasi che, per assimilazione con il pantheon mesopotamico, finì per tramutare il suo nome in Bel. La ricostruzione del magnificente santuario – un vasto quadrilatero di 200 mt di lunghezza per 205 mt di larghezza, circondato da 375 colonne alte 18 mt –, «modernizzato» e consacrato dai Romani nel 32 d.C. e nel quale venivano venerati anche Yarhibol e Aglibol (rispettivamente dio del sole e della luna, ndr), ostacolerebbe gli approfondimenti che la deprecabile devastazione del complesso religioso rende ora possibili.

L’arco di Palmira distrutto dall’Isis in corso di restauro

Resta anche da sondare in estensione la zona a sud del wadi al-Qubur, il corso d’acqua che divideva il territorio di Palmira in diversi nuclei.
Effettivamente gli scavi compiuti a sud del wadi tra il 1990 e il 2000 erano molto promettenti, come testimonia l’eccellente lavoro di Andreas Schmidt-Colinet e Waleed al-As’ad pubblicato nel 2013. Le ricerche dei due studiosi, infatti, hanno dimostrato che in uno spazio apparentemente vergine, separato dal successivo stanziamento romano, esisteva un’«altra» città con imponenti edifici pubblici e case abbellite da pregevoli stucchi. Gli oggetti ritrovati lasciano ipotizzare un dinamismo commerciale di Palmira a partire dal III secolo a.C. Purtroppo, il ritiro dall’attività di Schmidt-Colinet e poi la guerra hanno impedito di far luce su un periodo in cui Palmira era già un centro prospero nonché di analizzare le cause dell’abbandono (o della distruzione) dell’abitato di età ellenistica. Anche l’agglomerato di epoca imperiale, sviluppatosi a nord del corso d’acqua, non ha rivelato tutto ciò che si presume sia ancora sepolto, soprattutto nel quartiere dell’agorà, dove gli scavi polacchi del 2010 avevano portato all’identificazione del luogo in cui era esposta la «Tariffa» – epigrafe datata al 138 d.C., che attesta sia il numero delle merci commerciate dai Palmireni sia l’organizzazione finanziaria e giuridica degli scambi– e un nuovo tempio dedicato a una divinità poco nota, Rab’asirê. Gli scavi del macellum (mercato, ndr) condotti da Christiane Delplace (anch’essi interrotti) contribuiscono inoltre a immaginare un’espansione della città verso nord, ai confini dell’oasi, fin dal III secolo a.C. E poi, ci sarebbero da individuare il ginnasio, un eventuale anfiteatro e i templi delle divinità menzionate nelle innumerevoli iscrizioni in aramaico e in greco.

Uno degli ambiti in cui la cosmopolita arte palmirena si è espressa con maggior raffinatezza è quello relativo ai bassorilievi funerari – i celebri ritratti di matrone ingioiellate e con il volto incorniciato da sontuosi «turbanti», e di notabili avvolti in sfarzosi abiti orientali. Mentre una banca dati in corso di realizzazione all’Università di Aarhus – il «Palmyra Portrait Project» – consentirà di avere un quadro esaustivo delle raffigurazioni pertinenti alle lastre dei loculi e ai sarcofagi aprendo nuovi orizzonti sulla società palmirena e offrendo al contempo un apporto al contrasto del traffico illegale di reperti, la conta dei danni nelle necropoli non è finita…
Per capire la rilevanza dei contesti funerari a Palmira, vale la pena ricordare i risultati delle analisi biologiche eseguite sui defunti rinvenuti all’interno di cinque tombe – quest’ultime restaurate dagli archeologi giapponesi dell’Università di Nara negli anni 1990-2000 e ora devastate –, le quali hanno svelato informazioni considerevoli sull’alimentazione e sulle malattie degli abitanti della «città carovaniera». Ma la «sposa del deserto» cela ancora nel suo ventre centinaia di sepolture inviolate che, indagate con metodo scientifico, potranno illuminarci sui rituali, sulle credenze religiose e sul trattamento dei corpi, quando ancora in situ. Senza tralasciare l’opportunità di scoprire nuove decorazioni architettoniche o pittoriche degli ambienti sepolcrali.
Si potrebbe quasi dire che il futuro di Palmira risieda nel sottosuolo. E ci auguriamo che dall’antica oasi del deserto, punto di incontro tra Oriente e Occidente, germogli una rinascita. Del popolo siriano, innanzitutto. E poi del suo ricco e variegato patrimonio, nella pace che verrà.