Nel sistema bancario italiano negli ultimi anni ne sono successe talmente tante che la commissione d’inchiesta avrebbe materiale per lavorare in eterno. E si corre il rischio di non riuscire a distinguere la gravità tra le colpe dei tanti attori in gioco – Bankitalia, Consob, governo, revisori dei conti – nel coprire o non scoprire chi ha compiuto reati e ingannato i risparmiatori.
Il caso finora più grave per entità è quello di Veneto Banca: l’istituto nel quale in soli tre anni il management – l’ad Vincenzo Consoli, il presidente Flavio Trinca e altri 9 manager – ha creato uno spaventoso buco da 8 miliardi e 450 milioni che ha costretto sul lastrico gli azionisti e ora è in buona parte a carico dello Stato e della collettività.
Ieri il Corriere della Sera ha pubblicato la lista dei primi cento debitori per inadempienze e sofferenze – il presidente Casini ha fatto un esposto al procuratore di Roma Pignatone per sottolineare come il documento fosse secretato e che la fuga di notizie non sia avvenuta da parte dei membri – che dimostra come gli amici degli amici hanno potuto avere finanziamenti giganteschi senza fornire garanzie. I nomi sono grossi e importanti: si va dal gruppo Statuto (uno dei furbetti del quartierino), al gruppo Ferrarini, a Stefanel, alla Lotto, senza dimenticare tanti nomi legati al calcio: Roberto Bettega e la famiglia Matarrese.
«Più che interessarsi ai vip che hanno avuto fidi è da sottolineare come le operazioni finanziate da Veneto Banca, come dalle altre banche in crisi, siano in gran parte di natura immobiliare e speculative. Questo è il grande difetto del sistema: prestare soldi per operazioni di questo tipo», sottolinea Giovanni Paglila di Sinistra Italiana.
Ieri in commissione si è conclusa l’analisi del caso Mps con l’audizione del direttore generale del ministero del Tesoro Vincenzo La Via. Una audizione fortemente criticata dalla gran parte della commissione. Tanto che il vicepresidente Renato Brunetta l’ha definita «reticente». Su tutti i passaggi delicati della banca senese, ora controllata dallo Stato con il 68 per cento, in questi anni, La Via ha semplicemente letto una relazione scritta, mai andando al di là. Tanto che il presidente Pier Ferdinando Casini ha dovuto sospendere i lavori per una mezz’ora.
Sotto il tiro finisce l’aumento di capitale del 2011 che depauperò la Fondazione che volle mantenere il controllo della banca ad ogni costo. «Non potevamo entrare nel merito», ha risposto La Via ma «avvisammo dei rischi» con la richiesta all’ente di ridurre la quota.
Altro tema spinoso è la conferma dell’ad Marco Morelli, inserito nella lista presentata dal Tesoro. Morelli, sanzionato da Bankitalia per la vicenda Fresh quando era a capo della divisione finanziaria di Mps nel 2008-2009, viene però difeso da La Via: «La sua nomina risponde ai parametri di legge».
«A dicembre» – conferma Casini – toccherà a Padoan spiegare meglio tutto quanto l’accaduto.