Un testo che è diventato un simbolo, quasi una bandiera, contro l’intolleranza e la sopraffazione: Il crogiuolo di Arthur Miller. Un titolo che ha proiettato lo scrittore ai piani alti della drammaturgia e della società americana del ventesimo secolo, quasi più del fatto che sia stato per cinque anni marito di Marylin Monroe, o per l’essere autore di altri testi celeberrimi (e più spesso rappresentati) come Uno sguardo dal ponte, Erano tutti miei figli, Morte di un commesso viaggiatore. Un destino del resto che lo stesso Miller aveva subito in prima persona, per essere stato denunciato dal regista Elia Kazan davanti alla commissione per le attività anti americane.

MA Il crogiuolo costituì la più forte risposta culturale, una sorta di ordigno artistico, contro il maccartismo anticomunista che pervase gli Stati uniti negli anni 50 del secolo scorso. Una furia in piena che fece affiorare in quel paese l’intolleranza e la paura, e un sentimento di sospetto che ne minarono davvero l’anima più positiva. Effetti di guerra fredda si usa dire a posteriori, ma allora anche i comportamenti quotidiani, e la convivenza generale, ne furono intaccati nel profondo.
Ora quel testo, spietato nella denuncia quanto poco rappresentato negli ultimi decenni, torna in una messinscena accurata quanto impressionante nella sua forza lineare, ad opera di Filippo Dini (una produzione dello stabile torinese assieme a quello napoletano, in scena ancora oggi e domani al Quirino di Roma, e da martedì fino al 4 dicembre al Mercadante partenopeo).

È UN GRANDE spettacolo, che conferisce attualità alla vicenda, che già nel testo corre su un doppio binario temporale. Infatti Miller sovrappone la persecuzione cui negli Stati uniti del dopoguerra, in nome di principi accuratamente manomessi, furono sottoposti tutti coloro che non si professassero nemici del comunismo, alla caccia alle streghe, nel senso letterale, che attraversò l’America nel seicento, causando morti e vittime innocenti per chiunque fosse accusato di avere rapporti col «male» per minare i fondamenti morali dello Stato.

Arthur Miller
Penso che un confronto tra un’ opera contemporanea e le tragedie classiche sia impossibile a causa della religione e del potere, che erano dati per scontatati Quel racconto torna oggi inquietante nello spettacolo strutturato da Dini, che ne è anche protagonista. All’origine del fattaccio, se così si può dire, stanno le fantasie e i desideri di un gruppo di fanciulle che si affacciano sulla vita, e che fingono paure e deliqui per organizzare la loro voglia di libertà. E anche qualche più coinvolgente «marachella» di esperienza sessuale con qualche adulto «perbene», in cerca di distrazioni rispetto alla moglie e alla famiglia che si è creato lavorando duramente. Così si innesca il meccanismo perverso, tra le «streghe per caso» e l’autorità statuale repressiva e destrorsa che usa quegli episodi di immedesimazione fanciullesca per ristabilire l’Ordine, di classe e di potere.
Molto forte è il contributo che al racconto (insieme alle scene semplici quanto impressionanti di Nicolas Bovey e alle luci di Pasquale Mari) dà la compagnia degli interpreti, da una straordinaria Manuela Mandracchia a Andrea Di Casa a Pierluigi Corallo a Nicola Pannelli, ma insomma di tutti gli altri che danno corpo a quelle coscienze oscillanti tra ingenuità e rigore assassino. Ne nasce uno spettacolo imponente, e non solo per la durata che costeggia le tre ore. Il dramma cresce tra la strumentale «ingenuità» delle ragazze e l’accanimento di coloro che dovrebbero preservare e mantenere la giustizia, riuscendo a dare profondità e insieme movimento a quelle contraddizioni profonde della società americana, che usano strumentalmente «valori» fittizi contro intelligenza e vitalità di ogni essere umano.

QUEL Crogiuolo torna così a farsi lezione di convivenza, scoprendo gli altarini di un uso strumentale del potere che pur di perpetuarsi non esita a distruggere vite, sentimenti e contraddizioni, e soprattutto eventuali «ideali», radicati nell’animo umano. È una bella lezione di storia, un trattamento cui sottoporsi per comprendere, oggi meglio di ieri, il valore del rispetto e della convivenza. Cosa che restituisce al teatro una sua originaria funzione, antica ma sempre fondamentale. A cui bene si prestano le nuove conquiste tecniche e narrative (fatte anche di fatica fisica per chi le interpreta) sul palcoscenico come nella società, dove restano oggi sempre più necessarie.